Laura Mulvey, a proposito del cinema classico, scrive che le donne sono «connotate dall’essere oggetto dello sguardo». In I Love Paris, è proprio una donna a costituire l’oggetto principale dello sguardo, innanzitutto quello dell’operatore che la filma e, attraverso il suo obiettivo, quello dello spettatore che assiste al filmato. Attraverso lo stile mockumentary, Nicky Murphy mette in scena le vicende di Paris, una giovane e ambiziosa musicista che, nella sua scalata al successo, è ostacolata da un’imprevista trasformazione in vampiro. Il regista lascia sapientemente che la storia si costruisca quasi da sé, affidandola in larga parte agli attori e aprendosi alla spontaneità degli eventi. Ne emerge una visione fresca del vampirismo, sospesa tra la fantasia parodica delle leggende vampiresche classiche e la seria realtà della morte e della violenza di cui i vampiri sono responsabili.
Se inizialmente Paris sembra destinata a essere l’oggetto passivo dello sguardo altrui, il suo comportamento finisce col sovvertire questa dinamica. La protagonista, infatti, si sottrae continuamente al ruolo di personaggio: sembra fin troppo reale per adattarsi alle aspettative di chi la filma. È proprio questa sua autonomia a suscitare l’insoddisfazione del cameraman: il suo voyeurismo, fino a quel momento talmente forte da spingerlo a seguire la vampira anche in situazioni che mettono a rischio la sua stessa vita, si rivela infine frustrato.
Non solo frustrato, ma addirittura fatale. Il cameraman è infatti la vittima finale di Paris e delle altre vampire. Ed è qui che si verifica il sovvertimento totale della dinamica soggetto/oggetto: dopo la morte dell’operatore, sarà Paris a concludere e montare il film. L’autorialità del film, all’interno della diegesi, spetta dunque alla protagonista: è lei a dare un senso alla storia, scegliendo la successione degli avvenimenti, ciò che conservare nel final cut e quanto, invece, lasciare fuori campo. Diventa inevitabile, allora, mettere in discussione quanto visto fino a quel momento: in che misura il racconto è condizionato dal filtro che Paris impone agli eventi e dalle scelte operate in fase di montaggio?
Se Mulvey teorizza la possibilità di un cinema alternativo, caratterizzato «dall’uso eccessivo e sorprendente della macchina da presa, da nuove modalità di ripresa della scena e del corpo femminile», I Love Paris sembra offrire proprio un esempio di sguardo altro, capace di incrinare il regime voyeuristico tradizionale e di mettere in discussione il sistema patriarcale della rappresentazione. Paris trasforma infatti la propria condizione di oggetto della macchina da presa in un’occasione di riappropriazione dello sguardo, diventando colei che decide come rappresentare sé stessa. Ed è così che la morte del cameraman può essere letta simbolicamente come la morte del male gaze sulla rappresentazione femminile.
Francesca Strangis.
