Paradossalmente, Black Zombie non è un film sugli zombie. O, meglio, non è la storia che tanti amanti dell’horror conoscono e si aspetterebbero. Se a partire da La notte dei morti viventi (1968) di Romero la figura dello zombie inizia a simboleggiare l’alienazione nella società capitalista e consumista americana, nel documentario di Maya Annik Bedward – presentato al TOHorror 2026 – la tradizione degli zombie movies hollywoodiani viene condannata.
Questa storia ha inizio nel XVIII secolo ad Haiti e mostra come Hollywood abbia rubato e stravolto l’immaginario dello zombie, nato in seno alla religione vudù. Il racconto, infatti, parte dalla storia coloniale di Haiti, dove gli schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero non erano solo i nativi Taino, ma soprattutto gli abitanti della Guinea e del Congo, forzati a lasciare la loro terra. In questo contesto, dal sincretismo religioso e con una componente persino cattolica, è nato il vudù haitiano. Lo zombie qui era metafora profonda dello schiavismo e simbolo di chi aveva perso la libertà e il controllo del proprio corpo.
Il documentario mostra, denunciando, come questa complessità di significati sia stata annullata da Hollywood che, in un atto di appropriazione culturale, ha trasformato il vudù in un immaginario esotico e demoniaco e lo zombie in una creatura mostruosa, espressione (forse inconscia) dell’uomo nero di cui i bianchi hanno paura.
Black Zombie ci accompagna in un viaggio per capire come il razzismo insito nella rappresentazione hollywoodiana si sia diffuso in gran parte del cinema occidentale: a partire dal primo film sugli zombie – quel White Zombie del 1932 a cui il titolo di Bedward evidentemente rimanda -, fino alla saga britannica di 007 con Live and let die del 1973. Parallelamente, alcune interviste – i cui soggetti sono sacerdoti haitiani e persino il musicista Slash – puntellano la tesi di Black Zombie, a sua volta sostenuta da una piccola parte dedicata a Romero, il cui cinema esplicita che «avere paura di uno zombie è come averla di un nero e della sua vendetta»: lo zombie diventa un cannibale, proiettato in un contesto extra-haitiano e incarnazione di un’alterità che ci ricorda la nostra bianca sopraffazione.
Romero, però, è solo il punto di partenza per annunciare un cambio di rotta: nella parte conclusiva, che forse reitera con eccessiva insistenza i concetti sopracitati, la regista delinea una riappropriazione culturale che sta riportando lo zombie alla sua origine folkloristica. Ne è sostenitrice la cineasta afrodiscendente Zandashé Brown che, intervistata, parla della necessità di reclamare le radici storiche e spirituali dello zombie.
A ribadirlo definitivamente è una scena fittizia, evocativa e monocromatica, che ritorna più volte come un monito e costituisce anche la fine del film: da una piantagione di canne da zucchero, alcuni schiavi neri guardano il mare sconfinato con un’isola in lontananza. Hanno uno sguardo fiero e sono pronti a riprendersi quell’isola, il loro posto nel mondo: che sia l’Africa, la piccola Haiti o la dignità perduta.
Andrea Dosio
