39 TORINO FILM FESTIVAL

Il ritorno in sala, la resistenza, il recupero della memoria

Annunciato la scorsa settimana durante la conferenza stampa al Cinema Massimo e in partenza il 26 novembre, il Torino Film Festival farà un grande ritorno in sala, dopo la scorsa edizione interamente online.
Con i suoi 181 titoli selezionati tra più di 4500 opere visionate, il Festival si propone non solo di continuare il proficuo dialogo con i suoi affezionati, sempre più esigenti e preparati, ponendo l’attenzione sul cinema di ricerca, la sperimentazione e la promozione di autori emergenti, ma anche di instaurare un rapporto con il grande pubblico.

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“WILDFIRE” BY CATHY BRADY

Article by Valentina Velardi

Translated by Aurora Sciarrone

Intimist and political at the same time, the director Brady’s debut film shows the transgenerational psychological impact of the Northern Irish conflict through the story of two sisters.

Filmed on the border between Northern Ireland and the Republic of Ireland, it begins when Kelly (Nika McGuigan), missing after her mother’s death, suddenly comes back to the little town where she ran away from, bursting into her sister Lauren’s life (Nora-Jane Noone).

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“THE EVENING HOUR” BY BRADEN KING

Article by Luca Giardino

Translated by Carmen Tucci

A slow overview opens onto the mountain landscape of Appalachia; in the distance a feeble explosion destabilizes for a few seconds the peace of that vision of paradise. Everything is quiet. This is how The Evening Hour starts, the new feature film produced by Braden King who, after nine years from Here (2011), comes back adapting for the big screen the Carter Sickel’s novel of the same name. In his new movie, King focuses on the realistic life of American suburb, discouraging the classical stylistic noir narrative elements and instilling a deep reflection about the fate of an entire generation: young people feel disillusioned about a non-existent future, forced to suffer the pressure of a world that doesn’t give escape apart from becoming addicted to drugs and violence. 

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“THE EVENING HOUR” DI BRADEN KING

Una lenta panoramica accarezza la vastità del paesaggio montano dell’Appalachia; in lontananza una flebile esplosione destabilizza per pochi secondi la pace di quella visione paradisiaca. Tutto tace. Si apre così The Evening Hour, il nuovo lungometraggio di Braden King che, dopo nove anni dal successo di Here (2011), ritorna adattando per il grande schermo l’omonimo romanzo di Carter Sickels. Nella sua nuova opera, King privilegia uno sguardo più realistico sulla vita della periferia americana, depotenziando i classici stilemi narrativi del noir ed instillando, al contempo, una profonda riflessione sul destino di un’intera generazione: giovani disillusi nei confronti di un futuro inesistente, costretti a subire la pressione di un mondo che non concede alcuna via di fuga, se non quella di annegare nell’abisso della droga e della violenza.

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“SPACCAPIETRE” DI GIANLUCA E MASSIMILIANO DE SERIO

In concorso nella sezione “Giornate degli Autori” alla settantasettesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Spaccapietre dei fratelli De Serio porta sul grande schermo una storia dall’attualità spiazzante e insieme in grado di attraversare trasversalmente tempi diversi, collocandosene al di fuori: una storia assoluta.
Ambientato nelle periferie pugliesi dei nostri giorni, il film si addentra nei soprusi di un caporalato senza tempo, che oggi come ieri violenta la dignità dell’uomo. L’inesorabile movimento di discesa negli inferi di questa realtà si compie nel film con un andamento talmente naturale da turbare, come uno scivolamento che inevitabilmente conduca alla scoperta di un orrore sempre maggiore.

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“WORKING CLASS HEROES” DI MILOŠ PUŠIĆ

In occasione del suo terzo lungometraggio, scelto come film d’apertura della terza edizione dei JOB FILM DAYS, Miloš Pušić narra, tra il serio e il faceto, una storia che si nutre di una messa scena cangiante e imprevedibile per mostrare la mancanza di tutele e diritti dei lavoratori in Serbia. Working Class Heroes racconta di un gruppo di operai edili alle prese con il completamento di un edificio in un clima di illegalità e corruzione. La società di costruzioni però li ha ingaggiati principalmente per far finta di lavorare, per convincere gli investitori, attraverso l’immagine distorta della televisione, della bontà del progetto. Il cantiere diventa quindi un set che alimenta il sogno, ormai marcio fino al midollo, della possibilità di convivere con queste condizioni.

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“CELLULOID BORDELLO” DI JULIANA PICCILLO

Scintillante, misterioso, condannato eppure bramato dagli occhi di tutti: nulla si presta a essere indagato dal cinema come il mondo del sex work. Celluloid Bordello, il documentario di Juliana Piccillo, presentato durante la quinta edizione del Fish&Chips Film Festival, si propone di raccontare il complicato rapporto tra sex workers e grande schermo, presentandone gli stereotipi, i pregiudizi e i luoghi comuni attraverso il punto di vista di chi ha scelto di svolgere questa professione.

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“LOVE LIFE” DI KŌJI FUKADA

Sono molti i linguaggi che si intersecano in Love Life: dal giapponese e il coreano con cui si esprimono i personaggi, a quello musicale, tra il canto popolare e il brano moderno di Akiko Yano che dona il titolo al film. Ma non solo: c’è quello della luce che attraverso il cd appeso sul balcone scaccia gli insetti e “porta fortuna”, il linguaggio dei gesti, con cui si esprime Park, l’ex marito di Taeko, e ancora quello del gioco Otello, in cui simmetria e bipolarismo offrono  un’importante metafora di vita degli stessi personaggi. Eppure è l’incomunicabilità a fare da collante al film.


L’intraducibilità dei sentimenti, l’impossibilità dell’incontro sono il motore vivo di una tragedia che è in realtà la vita stessa. Il lutto che sconvolge le vite dei protagonisti non è il vero dramma messo in scena dal regista Kōji Fukada che sembra invece raccontarci di una solitudine lisergica, che non può fare altro che relazionarsi ad altre solitudini. Un’incomunicabilità che passa prima di tutto attraverso lo sguardo: uno sguardo pleonastico e ritroso che non ha il coraggio di aprirsi al confronto. E se è vero che il linguaggio dei gesti ha un importante riscontro visivo e riscopre la possibilità di esprimersi attraverso lo spazio, Taeko realizzerà infine che neanche esso è un rifugio sicuro di sincerità. Anzi, può essere un modo per aumentare le distanze, per comunicare di nascosto, alle spalle di altri personaggi, pur quando evidenzia una complicità speciale.

La famiglia non tradizionale al centro del dramma di Love Life è un microcosmo isolato di cui osserviamo pietosamente le dinamiche sociali: esattamente come in una partita di Otello, le relazioni che scaturiscono dall’arrivo o dalla scomparsa di un elemento determinano il comportamento degli attori in gioco. La casa dei coniugi – un piccolo appartamento di un grande condominio di cui non vediamo nessun altro abitante – è  delimitata, perennemente frammentata: è lo spazio di elaborazione di un trauma che non può essere superato, sigillato da un’ultima partita lasciata a metà, rinviata a un “più tardi” eternamente sospeso. È uno spazio che relega spesso al fuoricampo interno all’inquadratura, che separa i suoi abitanti in cornici inamovibili di cartongesso colorato. Le stesse inquadrature, giocando su fissità e profondità di campo, mettono sotto scacco i personaggi che le abitano, incapaci di affrontare l’ingombrante assenza di quegli stessi ambienti, ma sembrano contemporaneamente suggerire un tentativo di ricostruzione e riadattamento a cui i protagonisti sono assolutamente ciechi.

Love Life sembra dirci che se una festa può trasformarsi in tragedia è anche vero il contrario, e ben lo esprime la sequenza finale che ci parla di rinascite. Alla fine si tratta solo di (ri)trovare un alfabeto con cui esprimersi, che sia il tentativo di comporre la scritta “congratulazioni” in una goffa disposizione di cartelli o l’inaspettato dono di un gatto che miagola fin troppo frequentemente. Insomma, la love life che sembrano vivere i personaggi è fatta di un amore intraducibile e malinconicamente solitario, eppure sufficientemente forte da poter colmare qualunque distanza.

Sara Longo

“IL SIGNORE DELLE FORMICHE” DI GIANNI AMELIO

1968. In un’aula di tribunale di Roma viene celebrato il processo a carico dell’intellettuale e drammaturgo piacentino Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio), accusato di aver “plagiato” (cioè circuito a scopi sessuali) due ragazzi. La sentenza lo dichiarerà colpevole, condannandolo a nove anni di reclusione.

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“NOPE” DI JORDAN PEELE

Uno dei concetti che più hanno fatto discutere negli ultimi anni in campo filosofico è quello di iperoggetto. Formulato dal filosofo Timothy Morton, un iperoggetto è qualcosa “la cui caratteristica principale è quella di esistere su dimensioni spazio-temporali troppo grandi perché possa essere visto o percepito in maniera diretta”[1]. Come umani, non possiamo percepire direttamente gli iperoggetti, ovvero ne siamo immersi a tal punto da non poterli esperire direttamente, se non tramite i loro effetti. Iperoggetto per eccellenza, secondo Morton, è quindi il cambiamento climatico, fenomeno di portata talmente ampia da sfuggirci se non nei suoi effetti locali. Detto questo, come il cinema si pone nei confronti degli iperoggetti?

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“ESTERNO NOTTE” DI MARCO BELLOCCHIO

I fatti sono noti: la mattina del 16 marzo 1978 un commando delle Brigate Rosse rapisce il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, dopo aver eliminato a colpi di mitra i 5 agenti della scorta che lo stavano accompagnando a Montecitorio per l’insediamento del quarto governo Andreotti, il primo nella storia repubblicana a cui il Partito Comunista avrebbe dato il proprio appoggio esterno. Da qui inizia un periodo di prigionia di quasi due mesi che si concluderà con il suo assassinio.

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“PUNTA SACRA” DI FRANCESCA MAZZOLENI

Punta Sacra, una punta di terra dimenticata alla foce del Tevere. Vi vivono, lottando, cinquecento famiglie; le separa dal mare solo una riga di rocce. Per Francesca Mazzoleni, vincitrice al Visions du Reel 2020, questo film è “un pezzo di vita”, il risultato di tanti anni trascorsi a conoscere gli abitanti del luogo e a “condividersi” con loro. L’idea di farne un film è maturata tardi, tanto che Punta Sacra è stato girato – in tre mesi – a otto anni di distanza dal suo primo incontro con la comunità. Un film al femminile dedicato alle donne, giovani e adulte, che vivono in quel fazzoletto di case minacciato dalla furia dell’acqua e dell’oblio.

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“ONE FOR THE ROAD” DI NATTAWUT POONPIRIYA

Dopo Countdown (2012) e Bad Genius (2017), Nattawut Poonpiryia torna al Far East Film Festival con One for the Road, un atipico buddy movie che si muove, attraverso innumerevoli flashback e flashforward, in diversi tempi e diversi spazi con la stessa facilità con la quale i protagonisti, Boss (Thanapob Leeratanakachorn) e Aood (Nattarat Nopparatayapon), si spostano tra Bangkok e New York.

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“WHITE BUILDING”, DI KAVICH NEANG

La vecchia Phnom Penh sta sparendo. Gli occhi sperduti e incerti di Samnang (Piseth Chhun) contemplano in tempo reale la demolizione della città che conosce e abita, corrosa dalle forze della gentrificazione. Come nella Fenyang di Jia Zhangke, le trasformazioni in atto sono profonde al punto da riscrivere la storia stessa. Sul passato, obliterato, si sovraimprime il futuro. Si attacca lo spazio per plasmare – violentandolo – il tempo. «Old buildings are disappearing, taking swathes of our past with them, while condos, malls, and modern air-conditioned stores pop up everywhere. But what has changed most […] is the rhythm of the city»1: così Kavich Neang sintetizza una mutazione che riguarda non solo il tempo storico, culturale, ma anche quello vitale, performativo, della sua città. E, per sineddoche, della sua società. A una forsennata riscrittura architettonica del mondo votata alla cancellazione, White Building oppone il tempo di un respiro profondo, di un requiem.

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“THE NORTHMAN”, DI ROBERT EGGERS

Eggers si lascia alle spalle l’intellettualismo claustrofilo-cameratista di The Lighthouse (2019) per lanciarsi in una virilissima epopea vichinga fatta di rutti, flatulenze e massacri. Una storia di vendetta hardcore, lineare fino alla ridondanza, modellata un po’ sull’Amleth di Saxo Grammaticus e un po’ sulla legge del taglione. L’eroe è qui spogliato delle sofisticazioni shakespeariane e ricondotto a una corporeità originaria, de-pensante. Riflettere, nell’universo fatalista sceneggiato dalle Norne, è da assoluti imbecilli: basta adempiere al proprio destino, ammazzando chi si deve ammazzare, copulando con chi si deve copulare. Eventualmente, ammazzare qualcuno in più. Altrimenti, a che servono le comparse?

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“HOW TO SAVE A DEAD FRIEND” DI MARUSYA SYROECHKOVSKAYA

How to Save a Dead Friend, (come) salvare un amico morto: questa la volontà testamentaria del commovente lavoro autobiografico di Marusya Syroechkovskaya (in concorso feature film al Visions du Réel), cruda documentazione di quindici anni di vita nella Russia a cavallo degli anni dieci del 2000. Un paese distruttivo, antidemocratico, che si regge su una costituzione votata, nel 1993, dal 30% della popolazione e dove la depressione giovanile è una piaga sociale dilagante. Un film che innesca riflessioni profonde sul senso esistenziale del cinema e sul legame carnale che i film (come questo) interessati alla realtà, sono in grado d’intessere con la vita. Un film che intaglia nella memoria un ricordo indelebile, segna un prima e un dopo, sposta le certezze. La visione di How to Save a Dead Friend è lacerante ma non mortifica: accende al contrario la felice consapevolezza che il cinema è risorsa vitale e illuminante nell’esperienza umana su questa terra. Anche di fronte alla morte.

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“ANIMALI FANTASTICI – I SEGRETI DI SILENTE”, DI DAVID YATES

In un mondo in cui i vassoi volano autonomamente, a cosa servono i camerieri? Eppure, il Wizarding World ne è pieno. A cosa serve una pentalogia incentrata sul magizoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne) e sulle sue animalesche avventure quando basterebbe un unico lungometraggio dal successo assicurato incentrato sullo scontro tra Silente e Grindelwald? Eppure, siamo già al terzo film.

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“APOLLO 10 1⁄2: A SPACE AGE CHILDHOOD” DI RICHARD LINKLATER

“Beh, sai come funziona la memoria. Anche se dormiva, un giorno crederà di avere visto tutto.”

Per raccontare la sua infanzia, come quella di tutti gli altri ragazzi nati a Houston e dintorni negli anni ‘60, Richard Linklater torna ad avvalersi dell’animazione in rotoscopio ben sedici anni dopo A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare (A Scanner Darkly, 2006). Se in quell’occasione la tecnica gli forniva la possibilità di avvicinarsi allo sfumato universo dickiano, fatto di fantasia e immaginazione ma anche, più pragmaticamente, di paranoia e droga, in Apollo 10 e mezzo (Apollo 10 1/2: A Space Age Adventure, 2022) si tratta invece di una scelta che si rivela la maniera più immediata per far coesistere le due anime del film: da una parte la ricostruzione puntuale ed esaustiva della vita americana alla fine degli anni ’60, dall’altra la fantascientifica avventura del piccolo Stan.

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“C’MON C’MON” DI MIKE MILLS

America, oggi. Johnny (Joaquin Phoenix), affermato giornalista radiofonico, sta realizzando una serie di interviste a bambini e adolescenti sulla loro visione del futuro della Terra nell’inoltrato XXI secolo. Mentre si trova a Detroit, riceve una telefonata dalla sorella Vivian (Gaby Hoffman), che lo prega di recarsi da lei e dal suo figlioletto Jesse (Woody Norman) a Los Angeles a causa dell’improvvisa partenza del marito di lei, affetto da una grave forma di bipolarismo. Giunto sul posto, Johnny viene chiamato a occuparsi del bambino mentre lei parte per andare a occuparsi del marito a Oakland; ma anche le necessità lavorative vogliono la loro parte, e così Johnny decide di portare il nipote con sé “a spasso” per l’America per concludere il ciclo di interviste. Il viaggio avrà importanti ripercussioni su entrambi.

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“THE LOST DAUGHTER” DI MAGGIE GYLLENHAAL

La decisione di Leda (Olivia Colman) di trascorrere una vacanza in Grecia all’insegna dell’ozio viene insidiata da vicini chiassosi e sinistri che ne turbano la quiete e destano la sua curiosità, innescando una fatale dinamica di attrazione e repulsione. A catturare il suo sguardo è in particolare la giovane Nina (Dakota Johnson) il cui rapporto di complicità e conflitti con la figlia piccola ne fa presenza fantasmatica della sé del passato (Jessie Buckley) e della sua maternità dolorosa.

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“LICORICE PIZZA” DI PAUL THOMAS ANDERSON

In Licorice Pizza, commedia romantica che segue le peripezie di due adolescenti nella San Fernando Valley del ’73, Gary (Cooper Hoffman), attore e imprenditore in erba, inizia a corteggiare Alana (la cantante Alana Haim) di dieci anni più grande. I due cominciano a uscire insieme quasi per scherzo e, nonostante la differenza di età, diventano inseparabili, spalleggiandosi a vicenda nelle attività in cui decidono di cimentarsi: partecipare a provini per recitare in piccoli ruoli, vendere materassi ad acqua o curare la campagna elettorale di un futuro governatore.

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“FLEE” DI JONAS POHER RASMUSSEN

«Cosa significa la parola casa per te?»
«È un luogo sicuro, in cui stai e non devi andartene.»

È subito esplicitato il fil rouge di Flee, documentario animato che concorre agli Oscar di quest’anno in tre categorie mai accumunate prima (Miglior Documentario, Miglior Film Internazionale e Miglior Film d’Animazione). Che cosa significa la parola “casa”? La domanda aleggia fin dai primi fotogrammi e racchiude in sé il dramma di una fuga mai conclusa, una straziante odissea nel cuore del protagonista, orfano sospeso e strappato alla sua terra d’origine. Nello spazio rassicurante dell’animazione e nella cornice di una seduta analitica condotta dal regista Jonas Poher Rasmussen, Amin Nawabi (pseudonimo che proteggere la sua vera identità) racconta per la prima volta la sua vita da esule, in fuga dall’Afghanistan in giovane età per salvarsi dagli orrori della guerra. Flee è, per lui, il primo luogo sicuro da tanto tempo. Lo spettatore lo percepisce, sa che può entrare in questa narrazione solo come ospite, in punta di piedi. Chiede permesso prima di varcare la soglia, per essere certo di non violare uno spazio costruito con tanta difficoltà.

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“PETITE MAMAN” DI CéLINE SCIAMMA

Il ticchettio di un orologio accompagna i titoli di testa. Compare una donna anziana: “Alexandrie”. La donna suggerisce a una bambina la risposta alla domanda di un cruciverba. Nelly, la bambina protagonista del film, si alza e inizia a camminare, seguita in long take dalla macchina da presa, entrando nelle varie stanze a salutare le abitanti di una casa di riposo. Nell’ultima incontra la madre intenta a svuotare la camera della nonna della bambina appena deceduta. Nel prologo di Petite Maman di Céline Sciamma si trovano in nuce tutti i temi che caratterizzano il film: lo scorrere del tempo, il lutto, il dire addio.

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“LEONORA ADDIO” DI PAOLO TAVIANI

1946. All’indomani della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, una nicchia del cimitero del Verano a Roma viene aperta per estrarvi un’urna funeraria. Le ceneri in essa contenute sono del drammaturgo e romanziere Luigi Pirandello, che da dieci anni attendono di essere spostate nell’agrigentino, luogo di nascita dello scrittore. A un modesto impiegato comunale (Fabrizio Ferracane) viene affidato l’ingrato compito di affrontare il viaggio da Roma alla Sicilia per dar loro finalmente degna sepoltura.

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“AS FAR AS I CAN WALK” DI STEFAN ARSENIJEVIĆ

Per inscenare la tragedia di Strahinja (Ibrahim Koma) e Ababuo (Nancy Mensah-Offei) – due migranti ghanesi condannati a errare nelle waste lands geografiche e burocratiche di un’inospitale Est Europa – Stefan Arsenijević ricalca e rimodella il poema epico-cavalleresco serbo Strahinja Banović. L’operazione persegue un (almeno) duplice scopo.

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Il blog delle studentesse e degli studenti del Dams/Cam di Torino