“Colo” di Teresa Villaverde

In questo 35° Torino Film Festival c’è stato spazio per più di un film frutto del cinema portoghese; il più bello lo abbiamo visto nella sezione “Onde” del Festival: si tratta di Colo, di Teresa Villaverde. Come sappiamo, il Portogallo vive già da tempo un periodo di dura crisi economica, che è anche una crisi sociale, un’impasse esistenziale che divora l’intera civiltà; la regista di Lisbona sceglie proprio di raccontarci questo mondo, visto attraverso gli occhi di una famiglia che forse, prima di soffocare nella morsa della crisi, era mediamente benestante e ora è memore di un passato migliore del presente, come si nota da certi dettagli nell’appartamento in cui vive la famiglia.

Si comincia con una madre che dovrebbe essere già di ritorno dal (doppio) lavoro, il marito e la figlia si chiedono che fine abbia fatto e non riescono a rintracciarla; poi la madre torna ma poco dopo è la figlia a sparire, in quella che si trasforma in una notte di evasione in compagnia dell’amica (che vive una condizione altrettanto problematica), ad aspettare mezzi pubblici che non arrivano mai, a scambiare il Tago per un qualsiasi rigagnolo, a incontrare un pescatore in una baracca sul fiume. Infine, c’è il padre disoccupato, rassegnato forse a causa dei tanti tentativi di ottenere un nuovo impiego andati a picco (si capisce, ad un certo punto, che la possibilità di un colloquio di lavoro è svanita nel nulla, perché una telefonata promessa e sperata non è mai stata ricevuta), insofferente verso quella che sembra percepire come una condizione di inutilità dal punto di vista economico ma anche affettivo, causata dalla totale assenza di obiettivi e certezze. Anche lui sparisce: un giorno compie un gesto folle, nella disperazione (che Villaverde mostra con un giusto equilibrio tra drammaticità e pacatezza) passa la notte fuori, come un senzatetto, per poi fare ritorno a casa stremato.

Solo alla fine arriva per lui un momento di svolta, allo stesso tempo approdo e punto di partenza che gli restituisce forza vitale, o almeno così sembra, nonostante quello che ne deriva appaia come un comportamento surreale e privo di fondamento. La famiglia finisce per dividersi: tre anime in tre luoghi differenti, costretti a fare ciò dalla crisi e anche dal deteriorarsi dei loro rapporti.

Colo (che in portoghese significa grembo: forse qui è quello del fiume?), presentato in concorso alla Berlinale 2017, è un film fatto di pochi dialoghi, di colori (l’arancione delle pareti dell’appartamento si fa mano a mano più cupo; l’azzurro del cielo di Lisbona vira poi al grigio) e di molte inquadrature fisse. A fare eccezione è il finale (come ha detto qualcuno, uno dei più belli mai visti al cinema negli ultimi dieci anni), immenso nella sua disarmante semplicità: la macchina da presa scivola lentamente in avanti verso la casupola del pescatore dove la ragazza ha appena trovato dimora, lungo le rive del Tago, di cui si sente solo lo scorrere delle acque. Poi però scivola di nuovo indietro, discreta, fino a fermarsi al punto di partenza, mentre tutto è avvolto dal buio profondo della notte.

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