“SOFIA FOI” DI PEDRO GERALDO

Quello che rimane di Sofia (Sofia Tomic) sono degli abiti zuppi di morte, stesi come se fossero panni al sole. Di Sofia resta l’incisione di un cuore sull’albero, il rumore di un tonfo nell’acqua e l’eco di un cane che abbaia davanti a una scelta irreparabile. Sopravvivono anche i disegni che Sofia tatua per venire meno alla situazione scomoda in cui si è trovata. Ciò che Sofia era, la memoria delle sue ultime peregrinazioni, è sigillato in Sofia Foi, opera prima del regista brasiliano Pedro Geraldo. «Possiamo rimanere così per un po’?» dice Sofia, certa di non dover più temere la propria vulnerabilità, perché finalmente ha davanti una persona che quella fragilità può comprenderla. Una sicurezza fittizia che viene spazzata via da un’epidemia di febbre gialla, che trasforma la vita di Sofia in un lungo tunnel in cui dominano l’assenza e il rimbombo della morte.

Uno spazio liminale è un luogo di transito e connessione privo di soggetti, reale o immaginario, che genera un senso di inquietudine e nostalgia. Pedro Geraldo costruisce un cupo ritratto del disequilibrio mentale di cui soffre Sofia che, è a tutti gli effetti, una superficie di transito. L’architettura degli spazi in cui Sofia vaga, esposta alla debolezza della sua queerness, vengono catturati da Geraldo – anche direttore alla fotografia – attraverso delle lunghe inquadrature fisse e un marcato uso del chiaroscuro, che esprimono sul piano visivo il malessere persistente della protagonista. In tal senso, il grattacapo della prima opera filmica di Geraldo sta tutto nella narrazione che pur volendo indurre a una riflessione socioculturale si smarrisce in persistenti vezzi stilistici. Come, per esempio, la scelta di introdurre i flashback con dissolvenze incrociate estremamente lunghe, che ricordano più una doppia esposizione, ma che rimangono fedeli al confezionamento finale dello spazio liminale.

Quella di Pedro Geraldo è una poetica che si orienta verso il cinema arthouse: fallimentare nell’affrontare le dichiarate volontà della storia che vuole raccontare ma allo stesso tempo capace di una chiarezza stilistica e formale che sono espressione del sentimento di Sofia. Un’opera prima che è vicina a un sentimento estetico vecchio dieci anni, l’indie sleaze, tramutato in qualcosa di più cupo e meno massimalista. Ecco, ciò che rimane di Sofia Foi è l’alone di quel sentimento lì, interpretato da Geraldo in una prospettiva – anche geograficamente – nuova.

Antonio Congias

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