Lux Santa

“LUX SANTA” DI MATTEO RUSSO

La tradizione vuole che a Crotone, per il 13 dicembre, i giovani uomini del quartiere costruiscano una piramide di legno a cui dare fuoco in omaggio a Santa Lucia. Lavorare insieme diventa una necessità per avere la meglio nella competizione – amichevole e tradizionale anch’essa – che ogni anno si instaura tra i rioni della città per chi fa il fuoco più alto e più bello. «Dobbiamo uscire sui giornali – noi, Fondo Gesù, non gli altri». E nonostante la stampa non gli darà attenzione, sarà Lux Santa – diretto da Matteo Russo e presentato nel concorso documentari italiani per il 41° Torino Film Festival – a raccontare la storia degli uomini del rione Fondo Gesù.

La forte voglia di far parlare di sé anima lo spirito del gruppo: è lo stesso regista a confermare come l’apporto di tutte le persone sia stato cruciale per lo sviluppo del film. Originariamente, infatti, l’intento era di costruire, attraverso un percorso in parte anche autobiografico, un documentario-reportage sulla tradizione dei fuochi che illuminano annualmente Crotone per festeggiare la Santa patrona della vista: Matteo Russo e lo sceneggiatore Carlo Gallo raccontano che anche loro da piccoli per i primi dieci giorni di dicembre andavano a cercare legna ovunque per costruire la piramide. Tuttavia, l’incontro con alcune persone ha fatto propendere per una soluzione narrativa e corale, oltreché umana e personale, che portasse il documentario ad allontanarsi dalla semplice analisi a distanza.

Ecco allora che il fuoco diventa un trampolino di lancio per raccontare la comunità di Fondo Gesù. La scelta cade su di loro dopo che Matteo Russo incontra il protagonista, Francesco Vaccaro, un ragazzo col padre in carcere e un solido gruppo intorno disposto a raccontarsi e farsi raccontare. «È così che ho trovato le persone e non i personaggi del mio film» dice il regista: ed è grazie a questa sinergia inattesa ma vincente che si è potuto restituire un racconto autentico e senza filtri, che chiude con agilità il suo sotteso messaggio di riscatto personale e collettivo in un contesto difficile. Anche lo stile formale aiuta a immergersi nelle vite dei protagonisti: la camera è a mano e la staticità è limitata alle poche scene che hanno un portato emotivo di maggiore spessore. La grammatica filmica è chiara e gioca su una sorta di muro invisibile tra documentario e fiction: il risultato è un coming of age del cinema del reale, che non porta i ragazzi a crescere attraverso scelte narrative, ma li segue nel loro naturale percorso di sviluppo di giovani uomini.

Valentina Testa.

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