“LA PRÁCTICA” DI MARTÍN REJTMAN

Dopo più di trent’anni di carriera, per il suo ottavo lungometraggio La practica, Martín Rejtman abbandona la sua adorata Argentina per il vicino Cile. Non una rivoluzione, ma una sorta di ritiro spirituale, esattamente come quelli provati dal protagonista Gustavo (Esteban Bigliardi) per ritornare in connessione con la pratica meditativa dello yoga. Sia il regista che il suo personaggio – come non mai alter ego del suo creatore – vedranno i loro sogni di innovazione scontrarsi con la realtà. Infatti, come da prassi nel cinema del maestro argentino, il vortice di vicende che coinvolge gli inermi soggetti non produce alcun effetto sostanziale nelle loro vite, risolvendosi in un grandissimo nulla di fatto.

Il tutto si gioca su una combinazioni di elementi ricorrenti contradditori ma perfettamente bilanciati: una narrazione in costante movimento; un umorismo impassibile parzialmente paragonabile a quelli di Jarmusch e Kaurismaki; una recitazione ingessata che non lascia tradire emozioni; e un protagonista neutro circondato da personaggi-satelliti che si interscambiano continuamente tra di loro. Un cinema permutativo che trova il suo nucleo proprio nella ripetizione ossessiva di situazioni solo impercettibilmente modificate. Accade così che alcuni oggetti cambino continuamente possessore fino a tornare al punto di partenza, che le relazioni amorose diventino così fluide da svuotarsi di significato e che, in definitiva, anche il tanto agognato da Gustavo “Samadhi” – lo stadio più profondo di congiunzione con il Divino nello Yoga Sutra – si dimostri totalmente inefficace. A ben vedere però le vicende di quest’ultimo film di Rejtman sembrano tradire un approccio più ottimista e meno rabbioso dei suoi esordi. Se in Rapado (1992) e Silvia Prieto (1999) il solito turbinio di avvenimenti risultava decisamente malinconico – soprattutto a causa di un totale rifiuto del capitalismo sul quale si sorregge la società contemporanea –, La practica è invece ammantato da una gioiosità suggerita da un registro comico maggiormente calcato rispetto al solito.

L’acquisita consapevolezza della futilità del “gioco della vita” non porta Rejtman ad abbandonarsi ad un’apatia nichilista, bensì lo costringe a cercare nuovi e poco ortodossi metodi per sconfiggere la lieve depressione che affligge Gustavo – non a caso in Shakti (2019) il protagonista sosteneva che la depressione non andasse combattuta con i classici metodi ma “confusa”. Il più efficace è sicuramente l’annullamento della propria individualità. Silvia Prieto decideva quindi di cambiare identità liberandosi del suo nome, Steffi accetta senza problemi la sua amnesia e infine Gustavo, come un mago, scompare dallo schermo. Peccato non si sia nascosto in una botola, ma sia caduto in un tombino.

Enrico Nicolosi

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