“BIRTH/REBIRTH” DI LAURA MOSS

Una bambina muore e rinasce. La ricerca ossessiva di una maternità che fa del creare la vita uno scopo incompiuto. Che cos’è la genitorialità dei corpi e delle idee? La creazione, come protesi di noi stessi nell’eternità, può davvero essere una cura alla morte? Birth/Rebirth, lungometraggio di esordio della regista Laura Moss, prova a rispondere a queste domande attraverso un racconto di due gestazioni totalizzanti e pietrificanti.

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Il corpo, la genitorialità e la creatività vengono messe in discussione con uno sguardo critico e incerto nell’ennesimo film esplicitamente influenzato dalle tematiche e dalle atmosfere di Frankenstein di Mary Shelley. Due sono le donne che ci vengono raccontate, Rose e Celie, che incarnano entrambe una figura materna, seppur in modi differenti.

“Dignità e maternità non vanno sempre d’accordo”.

Queste sono le parole, vera chiave di lettura di tutto il film,  che Rose si sente rivolgere dalla direttrice dell’ospedale per cui lavora.

Da una parte troviamo la patologa Rose che non sa cosa significhi scindere la sua persona dalla sua professione e vocazione, condizione resa evidente da come essa non riconosca nemmeno il suo nome, essendo richiamata all’attenzione esclusivamente quando chiamata Dottoressa Caspar. Una madre che non sa cosa sia un figlio e una figlia che non sa cosa sia una madre. Un corpo e una mente, una donna dai tratti psicotici che ha dedicato tutta la sua vita a una ricerca sperimentale contro la morte, per la quale l’etica della vita cade in un oblio di ostentazione di fronte agli atti aberranti da lei compiuti per portarla a termine. Una maternità della mente che si traduce in una totale assenza di empatia nei confronti della vita. Dall’altra parte troviamo Celie, ostetrica che ama il suo lavoro e che incarna la sensibilità di una madre, ma che tuttavia proprio per via della sua professione non riesce a dedicare il tempo necessario a sua figlia. Quando la sua bambina muore a causa di una meningite fulminante, Celie conoscerà Rose e la ricerca da lei condotta: la speranza di rivedere sua figlia viva si trasformerà in un ossessione frustrante e contraria a ogni valore della stessa protagonista.

Se in un primo momento le due protagoniste appaiono come due estremi opposti, lo sviluppo della narrazione mostra come in realtà siano più simili di quanto esse appaiano: le polarità delle due si invertono e condividono un egoismo generativo che le accomuna.

La regia volutamente fredda e oggettivizzante mette in luce la visione di queste due forze gestanti  ossimoriche, quella biologica di Celie e quella mentalmente creativa di Rose, fallimentari e ostentate. Un distacco che immerge lo spettatore nell’apatia che proviene dalla fissazione di questa stessa maternità. È al suono che viene affidato il compito di creare un ambiente immersivo per lo spettatore al fine di trasmettere l’orrore mostrato: un obiettivo non pienamente raggiunto, essendo il suono stesso distaccato e privo di tensione.

Se la regia lascia troppo spazio a un audio che non si fa sentire come dovrebbe, la sceneggiatura di Birth/Rebirth sussurra alle orecchie dello spettatore più sensibile.

Asia Lupo

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