“RETAKE” DI KÔTA NAKANO

Nessun uomo entra due volte nello stesso fiume, perché non è lo stesso fiume e lui non è lo stesso uomo. Una simile idea, riconducibile alla filosofia eraclitea del panta rei, “tutto scorre”, ben rappresenta lo spirito meta-cinematografico di Retake, debutto assoluto per il regista giapponese Kôta Nakano e presentato alla sezione Nuovimondi della 41° edizione del Torino Film Festival.

Kei (Yutâ Mutô) è un ragazzo silenzioso che si diletta a scattare fotografie e uno dei suoi soggetti preferiti è la compagna di scuola Yu (Urara), la cui esuberante dinamicità non può che risolversi in scatti mossi. La ragazza trascina Kei all’interno del suo progetto cinematografico, che arriva a coinvolgere altri tre loro coetanei. La sceneggiatura ideata da Yu è la storia di Umi (Nako Ôhara) e Jirô (Ryûsei Chiba), due ragazzi alla ricerca di un luogo in cui il tempo non scorre. Questo sembra anche l’obiettivo di Kei e Yu che, muovendosi lungo le distese di acqua che pervadono le inquadrature e abbandonandosi insieme ad esse a un naturale fluire di emozioni e sentimenti, sembrano alla ricerca di un momento di quiete e di immobile felicità da immortalare nel film e nelle loro vite. E infatti, il vero protagonista del film, sia quello girato dai ragazzi che quello che vediamo noi sullo schermo, è l’acqua – che può essere quella impetuosa del mare, quella vivace di fiumi e torrenti, oppure quella calma del lago nel finale -, metafora dello scorrere della vita e del cinema, l’unica arte in grado di catturare l’essenza del tempo e del movimento nel loro divenire.

Le azioni dei personaggi si mescolano a quelle del film che provano a realizzare non senza difficoltà e, con il procedere della narrazione, la sottile linea che separa i due mondi svanisce del tutto. Il cinema e il suo linguaggio prendono il sopravvento e Retake li mette in primo piano in tutta la loro naturalezza: dall’avvolgente dominanza dei suoni della natura catturati in presa diretta, alla fotografia che si adatta alla luce naturale del sole; dalla regia statica che fa da cornice ai verdi paesaggi estivi, al montaggio che avviene in tempo reale mentre guardiamo il film, tratteggiando un loop meta-cinematografico che riflette le interpretazioni dei giovani membri del cast, che si divertono e fanno divertire. Durante il loro percorso i protagonisti hanno modo di pensare e ripensare le proprie emozioni e decidere se reprimerle o farle scorrere genuinamente, in un percorso di formazione che li metterà di fronte alla consapevolezza che nella vita, a differenza di come accade per arti come la fotografia, la pittura e il cinema, il tempo non si può fermare. Resterà loro dunque la scelta: rimuginare sul passato e temere il futuro cercando di forzare il presente affinché rispecchi una sfuggente e labile felicità, oppure decidere di abbandonarsi alla sceneggiatura non scritta della vita e danzare anche sulle note più stridenti?

Romeo Gjokaj

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *