“Un beau soleil intérieur” di Claire Denis

Un beau soleil intérieur è un film sulla crisi. C’è una donna di mezza età (Isabelle, interpretata da una splendida Juliette Binoche) che ha ancora voglia di trovare l’amore, sospesa tra disillusione e disperazione; ci sono i numerosi amanti che si sono succeduti dopo la fine della relazione col padre di sua figlia, Francois, tutte naufragate tristemente; c’è, tra tutti questi amanti, quello che l’ha segnata di più, trascinandola in un rapporto clandestino morboso, fatto di rincorse, promesse non mantenute, scuse pretestuose; c’è, anche, l’attore affascinante che le ha promesso un amore difettoso ma passionale, o, ancora, l’uomo che ha provato a garantirle l’amore, quello vero, ma vissuto a metà, senza coinvolgerla in toto nella propria vita; c’è, infine, il ritorno dell’amore che non può fare a meno di tornare: ancora Francois, il padre di sua figlia, che però è ormai un amore difettoso, superato, irrecuperabile.C’è tutto questo in un film che si costruisce sulle parole, sul linguaggio, sul dialogo: l’eco dei Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes risuona in molti punti, rimaneggiato, attualizzato, reso dramma quasi teatrale attraverso le parole di Isabelle, che spesso stentano a farsi voce. “Voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo e povero” sostiene il semiologo francese; Claire Denis articola questo “guazzabuglio” sullo schermo, affidando alla parola tentennante, insicura e fragile della protagonista il potere di scardinare la tradizionale rappresentazione della donna che cerca l’amore come un’amazzone moderna che non ha paura, né esitazioni, né sfiducia.

L’Isabelle di Claire Denis è un’eroina depotenziata, frammentata, che cerca di ricomporsi assemblando ciò che le rimane, ciò che ancora non ha perso o lasciato agli amori che in passato le hanno stravolto la vita. È esasperata, stanca (lo ripete quasi meccanicamente lungo tutto il film), cerca di capire, di confrontarsi, ma il dialogo si ripiega sempre su se stesso e diventa il monologo arido e univoco di una donna che, alla fine, rimane sempre sola. Una donna delicatamente matura (ce lo ricorda il corpo “vissuto” di Juliette Binoche, splendido nella sua imperfezione e mostrato senza filtri dalla regista), forte, determinata, che canalizza la propria creatività nella pittura e che, nonostante le fragilità, ha il coraggio di lottare per difendere la propria dignità nell’eterna battaglia uomo-donna (“Sarò io ad avere l’ultima parola” dice all’amore più tormentato di tutti, e lui le risponde, sfacciato: “Come in una commedia da quattro soldi?”).

È un film, insomma, che si regge totalmente sulla forza della protagonista: tutto il resto risulta quasi superfluo, irrilevante, solamente funzionale alla (de)costruzione del personaggio di lei.

Sul finale, l’intenso dialogo di sedici minuti che finalmente ci mostra un Gérard Depardieu prevedibilmente magistrale: nelle vesti di chiaroveggente, è il primo uomo (forse l’unico) che ha la forza di sostenere un dialogo con la donna. Finalmente un confronto alla pari, in cui Isabelle trova una rassicurante promessa: il futuro, dice l’uomo, le riserverà “un beau soleil interieur”, un bel sole interiore, appunto.

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