JEAN EUSTACHE – LA RETROSPETTIVA

Autore maudit, sia per il suo stile di vita che per le scelte artistiche, Jean Eustache (1938-81) è celebrato al TFF 36  in una retrospettiva pressoché completa. Si tratta di una delle poche rassegne che gli siano state dedicate. I suoi film sono infatti difficili da reperire perché custoditi gelosamente dai figli, riluttanti a concedere il lavoro del padre, in più occasioni bistrattato e svalutato. Negli anni ‘80, poco prima della morte avvenuta per suicidio, a Bologna era già stata proposta una retrospettiva da parte di una cooperativa cinematografica della quale faceva parte anche la direttrice del festival Emanuela Martini. La stessa Martini durante l’incontro “Riscoprire Jean Eustache: Jean-Pierre Léaud e gli altri” -tenutosi giovedì pomeriggio presso la sala conferenze stampa – sottolinea: “È un autore che ogni tanto va tirato fuori, se no scompare”.

Jean Eustasche nasce e vive tra Pessac, Narbonne e Parigi, ha una vita burrascosa, tra l’abbandono da parte della madre, un tentativo di suicidio, un divorzio e il costante disinteresse dei più verso la sua arte. Si tratta infatti di un autore fortemente ignorato da pubblico e critica, un autore che non ha nulla di consueto o di conformista. Politicamente scorretto e provocatorio, trattava temi scomodi come il rapporto uomo/donna nella sua dimensione sessuale. I temi principali del suo cinema sono la sessualità, il rapporto fra i generi in La maman et la putain o Les mauvaises fréquentations, il racconto e la memoria in Le jardin des delices de Jérome Bosch, Numéro Zéro e Mes petites amoureuses, un interesse descrittivo-documentaristico in Le cochon, Les photos d’Alix, La Rosière de Pessac e La Rosière de Pessac 79, il legame con la città in Le père Noël a les yeux bleus, una riflessione su cosa siano lo sguardo umano e lo sguardo della macchina da presa in Un sale histoire.

Les mauvaises frequentations

Il suo cinema – ha dichiarato Eustache – è un cinema per pensare e non per far pensare. È un cinema per se stesso in primis e poi per gli altri, che volutamente va verso una direzione ignota, non ancora percorsa. La sua visione rimane legata al territorio della Nouvelle Vague quando ormai i suoi principali autori sono andati oltre. Il risultato è stato quello di creare opere che non hanno avuto un seguito o degli eredi, ma che sono rimaste un unicum nella storia del cinema.

Il solo film che fu prodotto regolarmente e che ottenne un notevole successo, anche grazie alla partecipazione di Jean-Pierre Léaud come protagonista, è La maman et la putain (1973), un film di ben 3 ore e 40 minuti che è stato scelto dal TFF per essere proiettato nella serata dedicata a Jean-Pierre Léaud, il quale – seppure non presente – ha ricevuto il Gran Premio Torino per le sue celeberrime interpretazioni. Tra queste si inserisce anche La maman et la putain. Per motivi famigliari l’attore non ha infatti potuto presenziare alla serata in suo onore ma fortunatamente ci ha rincuorati con un caloroso videomessaggio, mostrandoci ancora una volta di essere più di un simbolo. Un grande attore, capelli disordinati, voce titubante e mani in perenne movimento, è questa l’immagine consolidata nelle nostre menti, quella dell’Antoine Doinel di Truffaut, de La cinese, Il maschio e la femmina, Ultimo tango a Parigi, Effetto Notte e ancora La mort de Louis XIV.

    

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