“LOS PLEBES” DI EDUARDO GIRALT ED EMMANUEL MASSU’

Los plebes, il documentario presentato nella sezione “Le stanze di Rol” del TFF, s’immerge nell’intimità dei giovani sicari millennial che vagano per Sinaloa, in Messico, al servizio dei narcotrafficanti, mostrandone le passioni e le speranze per il futuro. E, soffermandosi sull’uso che questi assassini in erba fanno dei social network per raccontare la loro doppia vita, la storia problematizza i media e offre una profonda riflessione sulla morte.


Il film inizia e finisce con sequenze in formato verticale, immagini agghiaccianti di sparatorie e brutali azioni di violenza che circoscrivono in modo lapidario la narrazione. “You could film my face and get me in trouble” è la frase che uno di questi sicari rivolge al filmmaker Eduardo Giralt mentre questi tiene la camera puntata sui propri piedi per non riprendere il viso del criminale. Una frase che sottolinea il pericolo dell’immortalare un volto, in un film in cui tutte le facce sono nascoste da mascherini bianchi nel caso dei civili, e da un rosso magmatico, nel caso dei malavitosi.

L’unico ad avere un volto visibile è un giovane romantico e nostalgico che sogna di poter uscire dal cartello, pur consapevole dell’impossibilità di vedere realizzata questa speranza: è lui stesso a dire che il narcotraffico è una via senza uscita e che l’unica via di fuga è la morte. Il ragazzo ha un cucciolo di nome Vago, un piccolo Chihuahua bastardo che, come il suo padrone, pensa di avere qualcuno che si prende cura di lui. In realtà il cucciolo ha il pelo pullulante di pulci e la pancia gonfia di vermi, come il giovane messicano ha il naso pieno di coca e i polmoni pregni di hashish. Entrambi credono di aver qualcuno su cui fare affidamento ma non hanno coscienza di quale posto occupino nel cuore dei loro rispettivi padroni.

Il film ritrae una gioventù incapace di prendersi cura di se stessa perché troppo impegnata a sembrare adulta, in cui riverberi dello sguardo di Harmony Korine e del primo Matteo Garrone s’intrecciano con alcune linee di dialogo – pronunciate da personaggi senza nome e senza volto – dai toni pulp, che sembrano uscite dalle pagine di Brett Easton Ellis o di Aldo Nove. Un documentario in cui i giovani si divertono a fare i “grossi” con le armi da fuoco ma che in realtà sono bambini a cui piace giocare con i soldatini e che dormono ancora con il faccione peluche di Mickey Mouse appeso sopra la testa del letto.

Luca Delpiano

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