“MLUNGU WAM” DI JENNA CATO BASS

Tsidi si trasferisce insieme a sua figlia nella villa dove vive e lavora la madre Mavis, che lavora da tempo immemore come domestica per la ricca proprietaria bianca. Le regole della villa sono semplici: bisogna essere invisibili e non fare alcun rumore. Ovviamente è vietato (anche allo spettatore) entrare nella camera dell’anziana good madam, perennemente a letto per la malattia che l’ha immobilizzata ma sempre “presente” in ogni angolo della casa. 

Il film di Bass è un thriller psicologico ambientato in una casa infestata. ll fantasma che si muove al suo interno è il lascito dello schiavismo e dell’apartheid, e si alimenta della paura della protagonista, preoccupata per la totale sottomissione di sua madre alla donna. Il rumore di spazzola è il leitmotiv associato al corpo piegato a terra che lavora instancabile con un’obbedienza ormai interiorizzata; è un movimento automatico, talmente pervasivo da trasformarsi addirittura in sonnambulismo notturno.

La percezione di una condanna cresce durante tutto il film, quando è Tsidi a doversi spazzolare i denti senza avere il controllo della propria mano sembra evidente che la profezia spettrale si stia avverando anche questa svolta e ci sia poco da fare. Un’allegoria sulla situazione sudafricana che di certo non ha risolto tutti i problemi con il passato coloniale – come si evince dalle riprese aeree di Cape Town dove ai sobborghi borghesi si contrappongono le baraccopoli di Khayelitsha. Alcuni rimandi visivi e testuali alla schiavitù dell’antico periodo egizio, sotto il potere assoluto del Faraone, delineano i tratti di una forza oppressiva ancestrale che, attraverso una sorta di rituale occulto, si tramanda da millenni tra le classi sociali più alte.  

La fotografia, curata dalla stessa Bass, mette in risalto la dimensione claustrofobica degli ambienti domestici, e la porta chiusa della stanza della proprietaria si ripresenta consistente allo spettatore diventando ogni volta più inquietante. Spesso l’obiettivo si concentra su dettagli che riguardano souvenir africani o gingilli europei tutt’altro che neutrali. Perfino le scene rurali delle maioliche olandesi sembrano presagire qualcosa di terribile grazie alla colonna sonora che sprofonda in atmosfere oscure. La forza di Mlungu Wam risiede anche nella recitazione delle tre attrici: nonna, madre e figlia riescono a descrivere relazioni autentiche con gesti mai banali. 

Francesco Caruso

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