“ANIMALI FANTASTICI – I SEGRETI DI SILENTE”, DI DAVID YATES

In un mondo in cui i vassoi volano autonomamente, a cosa servono i camerieri? Eppure, il Wizarding World ne è pieno. A cosa serve una pentalogia incentrata sul magizoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne) e sulle sue animalesche avventure quando basterebbe un unico lungometraggio dal successo assicurato incentrato sullo scontro tra Silente e Grindelwald? Eppure, siamo già al terzo film.

Animali fantastici – I segreti di Silente (Fantastic Beasts: The Secrets of Dumbledore, dir. D. Yates, 2022) è una passeggiata tanto fantastica quanto priva di interesse, una sorta di rito che quasi come in una pratica di circumambulazione gira attorno a un punto di interesse che sembra non arrivare mai. Il film inizia, e dopo un’oretta di forsennati girotondi a montaggio alternato, si torna infatti al punto di partenza. È uno dei protagonisti del film stesso, Theseus Scamander (Callum Turner), ad affermarlo. Yates è un pittore sordo che dipinge il rumore di un petalo di rosa che cade sul pavimento di cristallo di un castello mai esistito. Nell’imbastire il quasi-nulla, gli manca però il talento affabulatorio/ipnotizzante di Kevin Feige. Mentre Newt conduce le sue ricerche scientifiche sugli animali, la Warner è impegnata nello sperimentare il grado di sopportazione dei Potterheads. Quanto si può frustrare un occhio animato dal desiderio? Quanto si può dilatare un punto? Quanto può durare un attimo? Sembrerebbe tanto, se non all’infinito: non è un caso infatti che una delle scene narrativamente più inutili de I segreti di Silente faccia un uso di slow motion tanto insistito quanto ingiustificato. I personaggi si muovono in un mondo rarefatto, evanescente che non li conduce da nessuna parte. Gli eventi si giustappongo per inerzia, sapendo che per il vero scontro finale bisognerà comunque aspettare il quinto film. Non abbiamo neanche il beneficio del dubbio, il futuro è già scritto. Si sente la mancanza di un Jar Jar Binks verso cui scagliare la propria insofferenza. Neanche la bruttezza è sufficiente. Mikkelsen è stato fin troppo bravo a rimpiazzare Depp. Anche le polemiche extra-cinematografiche paventano la loro scomparsa. L’unico elemento da osservare con interesse è la performance al box office: nuovi orizzonti di spettatorialità finanziaria.

Si giunge alla fine aspettando un ultimo guizzo, una scena post-credit che rilanci l’hype verso nuovi lidi. Invece, solo dei semplici titoli di coda. Forse oggi è ancora il 16 novembre 2001, e non siamo mai usciti da Privet Drive.

Niccolò Buttigliero

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