“THE NORTHMAN”, DI ROBERT EGGERS

Eggers si lascia alle spalle l’intellettualismo claustrofilo-cameratista di The Lighthouse (2019) per lanciarsi in una virilissima epopea vichinga fatta di rutti, flatulenze e massacri. Una storia di vendetta hardcore, lineare fino alla ridondanza, modellata un po’ sull’Amleth di Saxo Grammaticus e un po’ sulla legge del taglione. L’eroe è qui spogliato delle sofisticazioni shakespeariane e ricondotto a una corporeità originaria, de-pensante. Riflettere, nell’universo fatalista sceneggiato dalle Norne, è da assoluti imbecilli: basta adempiere al proprio destino, ammazzando chi si deve ammazzare, copulando con chi si deve copulare. Eventualmente, ammazzare qualcuno in più. Altrimenti, a che servono le comparse?

The Northman si muove in un passato meta-storico e ultra-stilizzato, captato da una regia ossessivamente formalizzante fatta di carrellate, stacchi sull’asse, simmetrie e prospettive a un punto à la Kubrick. Ogni azione è coreografata da e per la macchina, ogni spazio – interno o esterno – geometrizzato. Il montaggio serra il tempo in un incedere metronomico, che non lascia adito ad aperture contemplative o, tantomeno, interpretative. Eggers si scaglia sullo spettatore con la stessa violenza ferina con cui Amleth (un Alexander Skarsgård più Tarzan qui che nel Tarzan del 2016) si scaglia su Fjolnir (Claes Bang), bombardandolo audiovisivamente. Una potente effusione di senso (logico e percettivo), martellante e avvolgente a un tempo, che lascia lo spettatore stremato, in uno stato di shell shock para-depressivo. In questo darsi, in questo gratuito e martirologico dispendio energetico di sé, risiede la forza (bruta) dell’ultimo Eggers.

Niccolò Buttigliero

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