“RAGING FIRE” DI BENNY CHAN

L’incorruttibile agente Cheung Sung-bong (Donnie Yen) e il suo ex collega Yau Kong-ngo (Nicholas Tse) rappresentano due facce di una stessa medaglia: ritrovarsi l’uno contro l’altro è un po’ come guardare il proprio riflesso in un vetro opaco senza riconoscersi. I loro destini, indissolubilmente intrecciati, si sarebbero potuti capovolgere, se tanto tempo prima avessero compiuto scelte diverse. Ma ora che il passato ha bussato alla porta, è finalmente giunto il momento di pareggiare i conti.

Raging Fire, ultimo sforzo registico di Benny Chan prima della morte, si inserisce coerentemente nel panorama cinematografico hongkonghese portando sullo schermo due attori che tornano a lavorare insieme a distanza di oltre dieci anni dall’ultima collaborazione (Dragon Tiger Gate, Wilson Yip, 2009). Donnie Yen, celebre volto di Ip Man per la saga cinematografica di Wilson Yip (2008 – 2019), si conferma un attore a tutto tondo che dà il meglio di sé quando (finalmente) abbandona le armi da fuoco e passa al combattimento corpo a corpo. Eppure, è Nicholas Tse, nel ruolo di carismatico criminale in cerca di vendetta, a rubare la scena: con la sua folle lucidità e una vistosa cicatrice “alla Joker” sul viso, il personaggio di Ngo è una figura quasi tragica, un malvagio reso tale da un sistema che lo ha spietatamente rinnegato.

Due facce della stessa medaglia, si diceva a proposito dei due protagonisti: una dicotomia che in qualche modo riflette le contraddizioni geopolitiche della stessa Hong-Kong, da sempre contesa tra Oriente e Occidente. Benny Chan sembra volerne condensare le sfaccettature nel tentativo di definire i confini della propria identità culturale e di accettare finalmente quel riflesso in cui il suo protagonista così spesso si osserva senza riconoscersi.

Dai frequenti intercalare in inglese alle scene d’azione, fino all’interrogatorio-scontro tra Cheung e Ngo che pare un velato omaggio a The Dark Knight (Nolan, 2008), Raging Fire fa della contaminazione formale il suo marchio stilistico. Ne esce fuori un “film americano” rivestito da “film asiatico”, con un debito importante verso l’intrattenimento supereroistico statunitense piuttosto che verso la tradizione cinematografica orientale. Un action movie in piena regola che mischia con intensità crescente dinamiche scene d’inseguimento, esplosioni pirotecniche e coreografiche sfide all’ultimo sangue, ma che a volte sembra prendersi fin troppo sul serio.

Sara Longo

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