“JEANNE DU BARRY” DI MAïWENN

Inaugurata lunedì 17 luglio e in programma fino a fine mese, la Rassegna Cannes mon Amour propone un’ampia selezione di film dell’ultimo festival di Cannes in alcuni cinema di Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze. La prima serata è stata inaugurata dal film che ha aperto la 76° edizione del festival di Cannes, Jeanne du Barry, storia di una cortigiana di umili origini che si aggiudicò il titolo di ultima favorita del Re di Francia Luigi XV.

Tra il 1998 e il 2004 Peter Sloterdijk scrisse un’intera trilogia dedicata alla Microsferologia, identificando nella «sfera» l’unità minima che rende possibile la vita umana al di fuori dei confini posti dalla natura. La prima tipologia di sfere, la più elementare, è quella della «bolla»: forma dell’origine, che nutre e protegge, abolisce lo spazio circostante e crea al suo interno un universo a sé, permeato da un salvifico senso d’intimità. Cos’altro è, a metà del XVIII secolo, la Reggia di Versailles se non una bolla, impenetrabile e autosufficiente, che fluttua isolata dal resto della Francia senza sapere che a breve esploderà?

Le carrellate e gli zoom che in-quadrano i meravigliosi spazi della Reggia sono compiuti con lisergica simmetria: sono ariosi quanto opprimenti, eleganti quanto statuari. Jeanne du Barry (Maïwenn) è come una bambina che guarda quella bolla di sapone con occhi trasognanti, desiderosa di farne parte. Lo fa così intensamente da riuscire a venirne risucchiata. Al suo interno scopre divertita un mondo fatto di sfarzo e corsetti, codificato secondo rigidi protocolli, dove non ci si guarda mai negli occhi e non si può parlare per primi a chi ha un rango superiore . Di quella bambina, Jeanne continua a conservare il candore e la semplicità grazie ai suoi limpidi occhi azzurri, il sorriso radioso e i capelli sciolti, che rifiutano parrucche e acconciature. Ma in fondo «a cosa serve l’innocenza, quando altri vogliono fare su di te azioni colpevoli?».

Certo, per la corte monarchica francese, Jeanne innocente non lo è affatto. Il suo mestiere di cortigiana le ha permesso di compiere l’agognata scalata sociale, che d’altronde era l’unico modo con cui una popolana potesse sperare di entrare in società. Il suo ingresso a Versailles è malvisto dagli abitanti della bolla perché ne riconoscono l’alterità. Ma non è solo questo. Ciò che temono è l’evidenza che Jeanne du Barry mostra a tutti: la possibilità che la membrana sottile della bolla che li isola dal resto della Francia e del mondo sia in realtà permeabile. Quel tanto che basta a far arrivare fino a Versailles, simbolo dell’Ancien Régime e dell’assolutismo monarchico, la Rivoluzione.

Jeanne du Barry si rivela un film armonioso e tenero che cammina leggero sul peso della Storia. È una “Cindarella Story” dal destino amaro, in cui si è condannati ad essere qualcuno giusto il tempo di un amore. O di una bolla di sapone. La “bolla-Versailles” risulta essere il punto di forza e limite del film. In questo universo elitario, perfettamente geometrico, Jeanne du Barry esprime molto dramma, ma nessuna profondità sul contesto politico e storico. Esattamente come i suoi abitanti, anche gli spettatori dovranno accettare il divieto di uscita, l’impossibilità di sapere cosa stia succedendo al di fuori della bolla, a solo qualche chilometro più a est, a Parigi, dove la Rivoluzione sta insorgendo.

Re Luigi XV (Johnny Depp) è un re tanto generoso con la sua pupilla quanto apatico nei confronti del suo Paese. Talmente poco interessato alle sorti della Francia da non condividerne nemmeno la lingua madre (pur parlandola fluentemente, sempre con una leggera inflessione americana). Chiuso nella sua bolla di convenzioni, il Re non governa mai, ma neppure si diverte. Passa le giornate tra feste monotone e cene fatiscenti, circondato da personaggi anonimi e donne poco aggraziate (tra cui le sue stesse figlie), collezionando sommessi cenni di saluto che non avviano alcuna conversazione.  Punto di riferimento per lo stile interpretativo del personaggio sembra essere John Wilmot, scandaloso libertino dell’Inghilterra seicentesca che Depp interpretò una ventina di anni fa (The Libertine, 2004) del quale il Re condivide anche la sorte finale («E così finalmente giace, il convertito sul punto di morte» diceva Wilmot nel suo epilogo…). L’insubordinato secondo conte di Rochester non ha tagliato i suoi lunghi capelli scuri, ma ha accettato di nasconderli sotto una bianca parrucca. Finalmente addomesticato, ingabbiato nella reggia dorata che costruì suo padre (d’oro sono anche la moneta che lo ritrae e la statua che lo rappresenta bambino), Re Luigi XV accetta di buon grado i buffi rituali ai quali è sottoposto. È un libertino che ha perso il piacere della libido e muove il suo sguardo vitreo distrattamente, da un ospite all’altro, finché non incontra “casualmente” quello di Jeanne.

Maïwenn, regista e protagonista del film, assume su di sé la sfida di incarnare e raccontare uno dei personaggi più discussi del suo tempo, tentando di adattarlo a un ritratto personale, un bisogno di legittimità all’interno di un mondo profondamente maschilista e verticalizzato, dove il grottesco sembra riassumere ogni situazione, dalle smorfie del Re fatte di nascosto durante una eterna morning routine, ai rumorosi passettini all’indietro che bisogna compiere per non dare mai le spalle al sovrano:

“C’est grottesque” dice Maria Antonietta.

“C’est Versailles” risponde LaBorde.

Sara Longo

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