“SOBRE LAS NUBES” DI MARÍA APARICIO

A volte alcuni film hanno davvero il sapore del ritratto. Non si presentano spesso: d’altronde non è mai facile ritrarre qualcuno o qualcosa, ma una volta palesati in tutta la loro forza, diventa difficile uscirne indifferenti. Perché un ritratto ben fatto è così: ha il potere di rendere noto ciò che prima era sconosciuto ai nostri occhi, di rendere viva una tela, o, come in questo caso, di rendere viva una città partendo dai ritratti di coloro che la popolano.

Con Sobre las nubes, presentato in collaborazione con Cinetrab alla quarta edizione dei Job Film Days, María Aparicio tratteggia delicatamente le tinte di Córdoba – città natale della regista – mostrandoci i volti dei suoi lavoratori, ma anche – e soprattutto – gli sguardi di coloro che un lavoro non lo hanno e si trovano alla sua disperata ricerca. Le storie di un cuoco, di un’infermiera, di un’impiegata e di un padre disoccupato diventano il ponte per parlare del ceto medio, di cui si tende a dimenticare il fattore umano, con le proprie fragilità e insicurezze, a favore di imperativi rigidi, secchi, non curanti o non abbastanza sensibili. Non fraintendetemi, la componente lavorativa rimane, come nella quotidianità, la percussione che scandisce le giornate dei personaggi, ma Aparicio ci ricorda che c’è dell’altro, che i lavoratori sono – e restano – comunque persone.

Costruito con un intimo ed elegante bianco e nero, il film, rispetto al netto divario delle due tonalità che donano vita alle immagini, si focalizza sui grigi e sulle varie gradazioni di questi ultimi che, durante le oltre due ore di visione, si prendono immancabilmente i loro spazi, rendendosi capaci di comporre tinte inaspettate. E così, come tra i più classici impressionisti francesi – affascinati anch’essi da luci ed ombre – Aparicio colora la sua Córdoba di umanità: le strade, i vicoli e le piazze sfumano – stravolte – come nuvole durante una giornata ventosa.

E infine ci sono loro, le nuvole, appunto, che come un pittore hanno il potere di modulare, distinguere ciò che è ombra da ciò che è luce, ciò che è visibile da ciò che non lo è, donandoci una diversa prospettiva di un luogo, nella direzione di ciò che è stato e verso ciò che sarà. “Non c’è cosa più viva di un ricordo, ci rendono la vita impossibile” ripete Nora sperando nell’arrivo della pioggia, che con la sua forza purificatrice, come i fuochi dell’ultimo dell’anno, riesce a mettere un punto al passato, alimentando nuove piante che un giorno, forse, potranno diventare rigogliose portando con sé primi frutti.

Francesco Ghio

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