“BLOOD QUANTUM” DI JEFF BARNABY

Negli Stati Uniti il termine blood quantum serve per identificare i nativi americani dalle altre etnie: se possiedi almeno il 51% di sangue indiano allora sei identificato come nativo Americano, uno strumento che diventa spesso causa di discriminazione razziale in uno dei momenti più bui per la tolleranza e l’inclusione. Il regista Mi’gMaq Jeff Barnaby realizza un film horror in cui lo zombie diventa metafora di una cultura bianca che sta divorando quella dei nativi, portandoli lentamente all’estinzione.

La trama muove dall’idea del blood quantum: un virus si sta diffondendo per il mondo rianimando i morti e trasformando i vivi, gli unici immuni a questa piaga sono i Mi’gMaq, una piccola popolazione indigena che vive nella riserva di Red Crow. In questo scenario apocalittico lo sceriffo Taylor (Michael Greyeyes) riuscirà a creare una fortezza dove difendersi con la famiglia e gli amici, tra cui i due figli Lysol (Kiowa Gordon), Joseph (Forrest Goodluck) e la fidanzata, bianca e incinta, di quest’ultimo; ma se il genere dello zombie movie ci ha insegnato qualcosa è che nell’apocalisse devi temere tanto i non-morti quanto i sopravvissuti.

Jeff Barnaby ha le idee chiare su cosa gli zombie rappresentano nel suo film, essi non sono altro che lo strumento per raccontare la situazione di discriminazione e di minaccia che i nativi americani vivono quotidianamente. La scelta di usare una creatura così popolare è funzionale al raggiungimento di un ampio pubblico, lo stesso pubblico mainstream di titoli come The Walking dead, Zombielend o dei numerosi videogames sugli horror. Gli stereotipi tipici di questo genere abbondano: anziani maestri di katana, grossi guerrieri che combattono con motoseghe, tritacarne e fucili a pompa. Esteticamente dominano i luoghi bui e la notte. L’elemento gore è molto ironico, le mutilazioni e le uccisioni sono spesso volutamente eccessive e divertenti. Purtroppo il film sembra concentrarsi eccessivamente sul messaggio che vuole trasmettere trascurando la trama, accontentandosi di una storia lineare e un po’ scontata che in alcuni punti risulta piuttosto confusa. Sono soprattutto le scelte e le motivazioni che muovono i personaggi a risultare poco chiare, su tutti quelle dei “cattivi”. Il turning point che scatena la furia omicida del leader degli antagonisti sembra piuttosto debole e non si capisce perché qualcuno dovrebbe volerlo seguire in questa folle idea. Un peccato perché i personaggi sono divertenti, un po’ stereotipati ma divertenti, e insieme all’ottimo cast riescono a strappare più di una risata, facendo dimenticare allo spettatore alcune scelte paradossali come la presenza di un anziano pescatore che si rivela un ninja maestro di katana.

Tana Gianluca

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