Tutti gli articoli di Pietro Torchia

“LOS DELINCUENTES” DI RODRIGO MORENO

Ambientato nell’Argentina contemporanea, Los delincuentes – nuovo film di Rodrigo Moreno Fuori concorso al Torino Film Festival  dopo la presentazione a Cannes nella sezione Un Certain regard – racconta la storia di Morán (Daniel Elías), un impiegato di banca che mette a segno un furto grazie al coinvolgimento del collega Román (Esteban Bigliardi), al quale affida la refurtiva mentre lui si prepara a scontare la propria pena in carcere. Il regista ripensa il genere del film di rapina sostituendo la dinamicità dell’azione, il montaggio rapido, i dialoghi ritmati con lenti movimenti di macchina ed esaltando i tempi morti nelle silenziose inquadrature fisse. Uno sguardo molto personale carico di un’ironia surreale e cupa che presto abbandona il pretesto narrativo del furto per concentrarsi  sullo stato d’animo dei due personaggi principali, i cui dubbi e rimorsi emergono in lunghi primi piani, illuminati da una fotografia calda ben più vicino alla commedia che al cosiddetto caper movie

Ma più ancora che i dubbi e i rimorsi, sono l’euforia e  l’adrenalina a conquistare Morán, capace di trovare in quell’atto delinquente la forza per uscire dall’ordinaria prigionia della quotidianità ed entrare invece nella libertà della prigione. L’impiegato scopre infatti in carcere la possibilità di sognare un futuro svincolato da ogni costrizione e imposizione. Per questo, progressivamente, la camera si allontana dal volto dei personaggi e li riposiziona dentro a campi lunghi che li mettono a contatto con una natura incontaminata e lontana dal contesto sociale opprimente e senza prospettive dal quale provengono. Un nuovo orizzonte rappresentato dalla stessa Norma (Margarita Molfino) della quale, tra pascoli e animali, i due si innamorano. Attraverso questa visione volutamente sgrammaticata del genere “rapina”, Rodrigo Moreno con la consueta lucida ironia del Nuovo cinema argentino, inneggia al possibile raggiungimento di una ritrovata libertà che può coincidere solo con l’abbandono di ogni schema preconcetto al quale il mondo contemporaneo sembra averci condannato.

Pietro Torchia

Articolo pubblicato su “La Repubblica” il 27 Novembre 2023

“EX-HUSBANDS” DI NOAH PRITZKER

In un’edizione del Torino Film Festival all’insegna di atmosfere surreali, fantascientifiche e horror, che condividono la ricerca di una fuga dalla realtà, Ex-Husbands – presentato fuori concorso – in quella realtà ci si rifugia.

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“Marinaleda” di Louis Séguin e “Michel Vay” di Nicolas Deschuyteneer e Patricia Gélise

Marinaleda di Louis Séguin e Michel Vay di Nicolas Deschuyteneer e Patricia Gélise – mediometraggi presentati al Torino Film Festival nella sezione Crazies – trattano il road movie in maniera opposta. Nel primo il viaggio è un’esperienza collettiva e diventa un pretesto per godere del piacere della condivisione; nel secondo, invece, è un’esperienza metaforica, intima e privata, del passaggio da una dimensione terrena a una trascendente.

Marinaleda è un road movie “politico”, nel quale due vampiri viaggiano in autostop dalla Francia alla Spagna per raggiungere la città, che dà il titolo al film, dove vige un’amministrazione comunista. Tra nuove conoscenze, momenti erotici e discorsi sociali, sono gli sguardi in macchina dei personaggi che catturano il pubblico invitandolo a immergersi nella marxista filosofia di vita vampiresca secondo la quale le banchettate di sangue diventano un gesto altruista della condivisione corporea. Vampiri dal carattere umano e gentile con i quali è facile empatizzare, in un’atmosfera che ricorda Solo gli amanti sopravvivono (2013) di Jim Jarmusch, che con il film di Louis Séguin condivide anche il fascino per la lentezza della narrazione e un posato umorismo.

Michel Vay racconta del percorso di fuga, introspettivo e trascendentale, di un fuorilegge che ha appena compiuto una rapina. Un percorso verso la morte di Michel che si muove tra la concretezza dei paesaggi e l’astrattezza dei tormenti psicologici del protagonista, mostrati nel viaggio all’interno della sua mente a passi di danza e suoni di musica. Tentando di narrare il passaggio tra la vita e la morte, tra il materiale e l’immateriale, in soli sessanta minuti, il film pecca di troppo ambizione, in una ricerca stilistica dell’immagine perfetta che talvolta dimentica l’importanza del coinvolgimento del pubblico. Una compiaciuta narrazione non lineare che sfocia in un finale didascalico e prevedibile, con l’inquadratura conclusiva che richiama quella iniziale, richiamando una ciclica concezione della vita. Una coraggiosa sperimentazione non perfettamente riuscita che neanche i piacevoli momenti musicali e le citazioni dantesche riescono a rendere veramente appassionante.