If during the 42nd edition of the Turin Film Festival, dedicated to Marlon Brando, the audience had the opportunity to see again the most famous characters played by the actor on the big screen, the festival chose for its closure a film that abandons the vision of Brando as an actor, to show him as a person.
Se nel corso della 42esima edizione del Torino Film Festival, dedicata a Marlon Brando, il pubblico ha avuto modo di rivedere i personaggi più celebri interpretati dall’attore sul grande schermo, a chiudere il festival è stato scelto un film che abbandona la visione di Brando come attore, per mostrarlo come persona.
Amy Adams fills the shoes of a monstrous new mother in Marielle Heller’s latest film, based on Rachel Yoder’s homonymous novel and presented out of competition for its Italian premiere at the Torino Film Festival.
Amy Adams veste i panni di una mostruosa neo-mamma nel nuovo film di Marielle Heller, basato sull’omonimo romanzo di Rachel Yoder e presentato fuori concorso in anteprima italiana al Torino Film Festival.
Controluce – the documentary by Tony Saccucci, presented at the 42nd Torino Film Festival and produced by Luce Cinecittà – is an intense reflection on the life and work of Adolfo Porry-Pastorel, one of the leading figures in early 20th-century Italian photography. The movie skillfully combines archival footage and fictional sequences, creating a visual dialogue that surprises with its harmony and guides the viewer into a distant yet remarkably contemporary era.
Controluce – il documentario di Tony Saccucci presentato al 42° Torino Film Festival e prodotto da Luce Cinecittà – è una riflessione intensa sulla vita e sull’opera di Adolfo Porry-Pastorel, uno dei protagonisti della fotografia italiana del primo Novecento. Il film unisce sapientemente immagini d’archivio e sequenze di fiction, creando un dialogo visivo che sorprende per la sua armonia e che accompagna lo spettatore in un’epoca lontana eppure incredibilmente attuale.
It is impossible not to feel perplexed after seeing AmicheMai (2024) by Maurizio Nichetti, the director, screenwriter and actor best known for his surreal comedy, he returned to directing twenty-three years after his last film Honolulu Baby (2001) with a comedy on the road that sees two protagonists played by Angela Finocchiaro and Serra Yilmaz.
Impossibile non avere delle perplessità dopo aver visto AmicheMai (2024) di Maurizio Nichetti, regista, sceneggiatore, attore noto ai più per la sua comicità surreale, tornato alla regia dopo venti tre anni dal suo ultimo film Honolulu Baby (2001) con una commedia on the road che vede due protagoniste interpretate da Angela Finocchiaro e Serra Yilmaz.
Jenny (Emma Drogunova) and Bubbles (Paul Wollin) share a relationship where love and addiction are intertwined. Despite her pregnancy, Jenny cannot give up methamphetamine, which she uses daily with her partner. The situation is further precipitated when Jenny receives an order to execute a prison sentence, which forces her to report to a prison institution.
Jenny (Emma Drogunova) e Bolle (Paul Wollin) vivono una relazione in cui si intrecciano amore e dipendenza. Nonostante la gravidanza, Jenny non riesce a rinunciare alle metanfetamine, di cui fa uso quotidiano insieme al suo compagno. La situazione precipita ulteriormente quando Jenny riceve un ordine di esecuzione di una pena detentiva, che la obbliga a presentarsi in un istituto carcerario.
Premiered at the latest Toronto International Film Festival, The Assessment is set in a dystopian near future where humanity is the primary cause of the world’s destruction and the driving force behind the climate changes that have ravaged it. In response to this catastrophic situation, an extreme measure has been taken: the creation of a semi-dictatorial society, a fabricated paradise where every action is controlled, and individuals—deemed incapable of managing their freedom—are now confined by a dense web of constraints.
Presentato in anteprima all’ultimo Toronto International Film Festival, The Assessment è ambientato in un futuro distopico non troppo lontano, in cui l’umanità è la principale responsabile della distruzione del mondo e la causa dei mutamenti climatici che lo hanno devastato. A questa situazione catastrofica è stata trovata una soluzione estrema: la creazione di una società semi-dittatoriale, un paradiso fittizio in cui ogni gesto è controllato, e le persone, evidentemente incapaci di gestire la propria libertà, sono ora strette in una fitta rete di vincoli.
La coppia protagonista (interpretata da Himesh Patel e da un’atipica Elizabeth Olsen) sembra vivere felicemente in un mondo ideale, nonostante l’atmosfera sia desolante e anonima: i campi lunghi degli esterni mostrano un paesaggio arido e la loro futuristica villa è asettica, dipinta dalla freddezza di colori artificiali. In questa nuova società impersonale e surreale, la coppia vorrebbe avere un figlio, ma ha bisogno di superare un esame: convivere con una donna (Alicia Vikander) che verifichi l’adeguatezza dei due partner a diventare genitori.
I due protagonisti resistono e superano una serie di prove che diventano sempre più insensate ed estreme. Cadenzata da un ritmo angosciante, la colonna sonora accompagna la coppia in una spirale di follia, in cui il libero arbitrio è messo da parte in nome di un bene superiore e di una società apparentemente perfetta. Eppure, un’ultima scelta è ancora possibile: continuare a vivere in un mondo artificiale nel quale la finzione e il controllo sono padroni, oppure tornare nello sfregiato mondo reale, ma da uomini liberi.
Attraverso la fantascienza, The Assessment affronta temi universali come il cambiamento climatico e il libero arbitrio, ma anche questioni intime e private come la maternità, riuscendo così a ricorrere agli stilemi di genere per innescare un’interessante riflessione.
The American Dream is a central theme in American cinema. “Dreamers” manifest themselves in different forms: on the one hand, character groups, such as those of Martin Scorsese and Francis Ford Coppola, whose mafia gangs offer a stark depiction of the lust for wealth and success; on the other hand, lonely dreamers, individuals willing to go to any lengths to pursue great ideals. However, stories that reflect the American Dream outside United States’ borders are often overlooked, demonstrating how these universal aspirations transcend cultures and geographies. Moreover, there are narratives inspired by this theme that do not resort to exaggeration but achieve a sober and realistic balance.
L’American Dream è un tema centrale nel cinema americano. I “dreamers” si manifestano in diverse forme: da un lato, i gruppi di personaggi, come quelli di Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, le cui gang mafiose offrono una rappresentazione cruda della brama di ricchezza e successo; dall’altro, i solitari sognatori, individui disposti a superare ogni limite per perseguire ideali grandiosi. Tuttavia, spesso si trascurano le storie che riflettono l’American Dream al di fuori dei confini statunitensi, dimostrando come queste aspirazioni universali trascendano culture e geografie. Inoltre, esistono narrazioni ispirate a questo tema che non ricorrono all’esagerazione, ma raggiungono un equilibrio sobrio e realistico.
Ed è proprio nel film The Black Sea che queste dinamiche si evidenziano con maggiore rilevanza. Il protagonista Khalid, un giovane afroamericano con grandi ambizioni, insoddisfatto del suo lavoro in un bar di Brooklyn, decide di licenziarsi dopo essere stato contattato da una donna bulgara su Facebook, che gli offre diecimila euro per trascorrere del tempo con lei. Tuttavia, scopre al suo arrivo in territorio balcanico, che la donna è deceduta, avviando così il suo esilio economico in terra sconosciuta. I registi Derrick B. Harden e Crystal Moselle seguono il percorso di Khalid, interpretato dallo stesso Harden, mentre cerca di integrarsi in una comunità estranea, esplorando temi di aspirazione individuale e solitudine, simili a quelli affrontati da Kubrick in Barry Lyndon. Il processo di adattamento nella cittadina bagnata dal Mar Nero, a cui si rifà il titolo del film, si rivela complesso; Khalid deve trovare qualsiasi lavoro disponibile per sopravvivere. La sua situazione è drasticamente cambiata: ora la necessità guida le sue scelte. Tuttavia, sviluppa un’amicizia con una donna bulgara e insieme riescono a fondere le loro ambizioni, questo permetterà loro un equilibrio che gli consentirà di realizzare il successo desiderato senza sfociare in conclusioni di disfacimento etico e morale.
What are we willing to do, and under what conditions are we willing to live, in order to stay true to our nature? This is the question that Ponyboi (2024) – the second feature film by Colombian director and screenwriter Esteban Arango, following Blast Beat (2020) – seems to ask the audience.
Che cosa si è disposti a fare, in che condizioni si è disposti a vivere, pur di tenere fede alla propria natura? È il quesito che Ponyboi (2024) – secondo lungometraggio del regista e sceneggiatore colombiano Esteban Arango dopo Blast Beat (2020) – sembra voler porre allo spettatore.
The memory of Benedetto Croce’s last Christmas serves, in Pupi Avati’s film, as a pretext to illustrate the biography of one of the greatest key players of Italian history. From political depth to talent in studies, from the vocation for freedom to philosophical vision, the documentary – presented out of competition at the forty-second edition of the Turin Film Festival – opens up an original glimpse into the life of the Italian philosopher and senator.
Il ricordo dell’ultimo Natale vissuto da Benedetto Croce è, nel film di Pupi Avati, il pretesto per raccontare la biografia di uno dei più grandi protagonisti della Storia italiana. Dallo spessore politico al talento negli studi, dalla vocazione alla libertà alla visione filosofica, il documentario – presentato fuori concorso alla quarantaduesima edizione del Torino Film Festival – apre uno squarcio originale sulla vita del filosofo e senatore italiano.
The Kyiv of 1968, depicted by Stanislav Gurenko and Andrii Alf’erov in Dissident, is not a vibrant urban symphony like the avant-garde Berlin of Walter Ruttmann, but a grey, oppressive sprawl of streets and buildings constantly hit by a violent and unrelenting rain, a ghost of the Soviet Union that looms, heavy and suffocating, over the shoulders of the Ukrainian population. In the dissonant flow of a city in motion, the dreams, anxieties, and illusions of individuals abandoned to their fate intertwine, tormented by solitude and in perpetual conflict between a peaceful struggle for independence and a burning desire for rebellion.
La Kiev del 1968 rappresentata da Stanislav Gurenko e Andrii Alf’erov in Dissident non è una vitale sinfonia urbana come la Berlino avanguardista di Walter Ruttmann, ma un cinereo agglomerato di strade ed edifici costantemente colpiti da una pioggia violenta e incessante, spettro dell’Unione Sovietica che aleggia, oppressiva, sulle spalle del popolo ucraino. Nel flusso disarmonico di una città in movimento si intrecciano i sogni, le angosce e le illusioni di individui abbandonati a loro stessi, tormentati dalla solitudine e in perenne conflitto tra una pacifica lotta per l’indipendenza e un ardente desiderio di ribellione.
Il magazine delle studentesse e degli studenti del Dams/Cam di Torino
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