Tutti gli articoli di Francesco Dubini

“NON SONO MAI TORNATA INDIETRO” DI SILVANA COSTA

Quando Iolanda ha sei anni viene affidata in servizio a una famiglia. Iolanda cresce e nel frattempo nella famiglia nasce una nipote, Silvana: Iolanda l’accudisce e, tra le due, negli anni si sviluppa un rapporto simile a quello tra madre e figlia. Poco più che quarantenne, i nonni ormai scomparsi, Iolanda parte per il Canada in cerca della libertà. E’ una scelta difficile e coraggiosa; non torna più indietro. A distanza di molto tempo Silvana, ormai diventata ragazza e regista, decide di farne un film. Questo film: Non sono mai tornata indietro.

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“THE GIRL FROM DAK LAK” DI MAI HUYEN CHI E PEDRO ROMAM

Un futuro promettente che non si rivela come tale, la solidarietà femminile, una ragazza che parte da una regione montagnosa per spostarsi nella grande città – Ho Chi Minh – “l’American Dream” del Vietnam; sono queste le linee narrative di un film lieve, The Girl From Dak Lak (proiettato ai Job Film Days 2022) che, pur senza una grande produzione alle spalle, riesce a scavare nella verità. Partita alla volta della metropoli in cerca di liberazione, Suong è ben presto rapita dalle dinamiche quadrate e meccaniche di una vita diversa da quella che aspettava.

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“PUNTA SACRA” DI FRANCESCA MAZZOLENI

Punta Sacra, una punta di terra dimenticata alla foce del Tevere. Vi vivono, lottando, cinquecento famiglie; le separa dal mare solo una riga di rocce. Per Francesca Mazzoleni, vincitrice al Visions du Reel 2020, questo film è “un pezzo di vita”, il risultato di tanti anni trascorsi a conoscere gli abitanti del luogo e a “condividersi” con loro. L’idea di farne un film è maturata tardi, tanto che Punta Sacra è stato girato – in tre mesi – a otto anni di distanza dal suo primo incontro con la comunità. Un film al femminile dedicato alle donne, giovani e adulte, che vivono in quel fazzoletto di case minacciato dalla furia dell’acqua e dell’oblio.

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“HOW TO SAVE A DEAD FRIEND” DI MARUSYA SYROECHKOVSKAYA

How to Save a Dead Friend, (come) salvare un amico morto: questa la volontà testamentaria del commovente lavoro autobiografico di Marusya Syroechkovskaya (in concorso feature film al Visions du Réel), cruda documentazione di quindici anni di vita nella Russia a cavallo degli anni dieci del 2000. Un paese distruttivo, antidemocratico, che si regge su una costituzione votata, nel 1993, dal 30% della popolazione e dove la depressione giovanile è una piaga sociale dilagante. Un film che innesca riflessioni profonde sul senso esistenziale del cinema e sul legame carnale che i film (come questo) interessati alla realtà, sono in grado d’intessere con la vita. Un film che intaglia nella memoria un ricordo indelebile, segna un prima e un dopo, sposta le certezze. La visione di How to Save a Dead Friend è lacerante ma non mortifica: accende al contrario la felice consapevolezza che il cinema è risorsa vitale e illuminante nell’esperienza umana su questa terra. Anche di fronte alla morte.

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“CLARA SOLA” DI NATHALIE Álvarez Mesén

Clara è onesta, priva di filtri e condizionamenti. Ha un legame viscerale con il suo corpo, con gli altri, col sesso, con la natura. Santa in grado di guarire i malati, bambina nel corpo di una donna di 42 anni, adulta senza vincoli morali, subisce la stretta conservativa di una società religiosa, quella costaricana, in cui un matriarcato aggressivo ricalca l’ottusa violenza patriarcale. Nathalie Álvarez Mésen, in concorso alla 39esima edizione TorinoFilmFestival, presenta un’opera prima che è un progetto d’arte cinematografica. Con un background da attrice mimica, la regista forgia un film “tattile” costruito sulla poesia del gesto e de linguaggio corporeo. Di qui la scelta felice di Wendy Chinchilla Araya, danzatrice contemporanea, nel ruolo di protagonista. Una performance, la sua, modellata sulla capacità di comunicare con i sensi e con la pelle. Le parole non bastano a tradurre gli impulsi primordiali che danzano in Clara. Il corpo può.

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“RAMPART” DI MARKO GRBA SINGH

Il regista osserva l’appartamento vuoto in cui ha vissuto per venticique anni. E’ in vendita, è spoglio. I muri, nudi e lividi, evocano ricordi, suscitano sondaggi profondi nella memoria. Il film prende le mosse da una casa vuota che si riempie, nella penombra, del vissuto d’infanzia di chi l’ha abitata. Presentato in concorso Internazionale Doc al TFF39, il documentario di Marko Grba Singh raggiunge un grado d’intimità potente. Quasi un memoriale cinematografico, Rampart afferra e rielabora il passato percorrendo la storia personale del regista e, con essa, un estratto doloroso della storia del suo paese: la guerra che, come un temporale improvviso, colpì Belgrado il 24 marzo del 1999.

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“IL BUCO” DI MICHELANGELO FRAMMARTINO

Dopo Le quattro volte (2010) e Alberi (2013) Michelangelo Frammartino torna in sala con Il buco, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Venezia. Il film ricostruisce l’esplorazione di una delle grotte più profonde al mondo, l’Abisso del Bifurto, avvenuta nel 1961 in Calabria, per mano di un gruppo di giovani speleologi partiti dal Nord. Frammartino presta la propria ricerca cinematografica alla ricostruzione storica in un film che è un’esperienza avvolgente e sensoriale.

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“OSTROV-LOST ISLAND” DI SVETLANA RODINA e LAURENT STROOP

Film in concorso nella sezione Competition Internationale Longs Métrages al Festival Visions du Réel 2021, Ostrov-Lost Island di Svetlana Rodina e Laurent Stoop è uno spaccato sulla vita degli abitanti di un’isola persa nelle acque fangose del Mar Caspio e dimenticata dalla Russia a partire dalla fine dell’Unione Sovietica. L’isola sopravvive all’ombra di una nazione della quale continua inutilmente ad alimentare il culto: a essa la legano solo la nostalgia e i divieti, tanto che l’unica fonte di guadagno degli isolani, la pesca degli storioni e la produzione di caviale, è ora illegale e tenuta sotto stretto controllo dalle autorità russe. Il paesaggio di Ostrov, un tempo ricco e fiorente, è ora scarno e desolato. Non ci sono più le strade, non c’è più un ospedale: restano gli uomini, i bambini che giocano, la sabbia, le cavallette.

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TORINO 38 CORTI

A 18 anni di distanza dall’ultima edizione, torna al Torino Film Festival la sezione competitiva dei cortometraggi. Due programmi, dodici corti scelti tra più di 500 titoli per sei registe e sei registi provenienti da tutto il mondo. Talenti diversissimi a confronto in un parterre eterogeneo che unisce una varietà affascinante e preziosa di tecniche ed idee. Prova dell’importanza e della forza, a livello internazionale, di un genere complesso ed esigente in grado di “restituire la macchina cinematografica in piccolo”, secondo il selezionatore Daniele De Cicco.

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“AL LARGO” DI ANNA MARZIANO

“Un’esperienza straniante e fantasmagorica”: così Anna Marziano definisce il suo Al largo, film metamorfico e complesso, che unisce ricerca filosofica e sapienza cinematografica. Il documentario si propone di frequentare il dolore legato alla malattia, in un terreno d’indagine atemporale che mette in dialogo l’esperienza personale dell’autrice con la lettura di Nietzsche e Winnicott.

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“SIN SEÑAS PARTICULARES” dI FERNANDA VALADES

A los migrantes, en sus viajes inciertos y llena de promesas, a las famillas de los desaparecidos.

Questa la dedica che chiude i titoli di coda di un film che non finisce per davvero, ma continua a vibrare nell’eco potente della realtà che racconta. Dei migranti, dei loro viaggi incerti e pieni di promesse, delle famiglie dei dispersi: il film racconta tutto questo percorrendo il viaggio di Magdalena, madre alla ricerca di un figlio partito per gli Stati Uniti in cerca di salvezza e scomparso da mesi. Nato come cortometraggio nel 2012, il film ha continuato a crescere con la sua regista insieme al male che racconta, quello della violenza che lacera la società messicana di oggi e continua ad aprire una ferita che non smette di sanguinare. Fernanda Valadez sceglie di analizzare quel sangue attraverso la misura dell’intimità: Sin señas particulares è un film che denuncia il dolore di un paese, nell’esperienza del dolore di una madre.

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