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“SI PUDIERA DESEAR ALGO” DI DORA GARCIA

“Somos malas, podemos ser peores” Siamo cattive, possiamo esserlo di più.

Le note di una tromba nel silenzio di una sala di registrazione sembrano presagire il boato di un terremoto. Così si apre il documentario di Dora Garcia, quasi celando – temporaneamente – la dirompenza dell’argomento che tratterà. È la musica, infatti, il germe di quest’opera, il cui titolo è la traduzione spagnola di “Wenn ich mir was wünschen dürfte”, una canzone del compositore tedesco Friedrich Holländer… se potessi desiderare qualcosa. Le delicate sessioni di registrazione si alternano alle intense immagini delle lotte del movimento femminista che da cinque anni travolgono Città del Messico. La delusione, la sofferenza inascoltata delle donne, si protraggono da così a lungo che la tristezza, la vulnerabilità derivata dall’abbandono, si sono trasformate in scudo e spada allo stesso tempo. Questo è ciò che la canzone comunica, riecheggiando per l’intera durata del film.

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“LE BRUIT DES MOTEURS” BY PHILIPPE GRÉGOIRE

Article by Davide Gravina

Translated by Valerio Copponi

Never-ending opening credits, accompanied by shots of race cars burning rubber and going around in endless circles open the first feature film by Philippe Grégoire, premiered in competition at TFF39. The film, without sacrificing its biting humour, recounts a piece of Alexander Mastrogiuseppe’s life (Robert Naylor), a boy raised in Napierville, a remote and forgotten Canadian village, who leaves his birthplace to go work as a customs officer on the border between the US and Canada. Grégorie describes the same path which he has walked himself, going from living in his hometown to working as a customs officer, to be able to pay for his film studies. Migration towards a different world is just one of many points of contact between the director’s life and the protagonist’s. Indeed, he focuses on the cultural background to which he is bound, thanks to the racetrack built by his grandparents in Napierville.

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“C’È UN SOFFIO DI VITA SOLTANTO” BY MATTEO BOTRUGNO AND DANIELE COLUCCINI

Article by Cristian Cerruti

Translated by Francesca Luna Lombardo

“Why can’t a woman be named Luciano?”
Lucy Salani

C’è un soffio di vita soltanto, presented in the section “Fuori concorso / L’incanto del reale”, tells the story of Luciano Salani, the oldest living transsexual in Italy, whose existence was marked by survival in the Dachau concentration camp. Starting from the idea of making a documentary on the story of a survivor, Botrugno and Coluccini find themselves faced with a character who goes far beyond any possible categorisation. Lucy is fluid, multifaceted, alien. A fluidity that emerges right from her choice to keep her first name: Luciano. The proposal to officially change her name to a feminine one, made several times to Lucy, has always received a negative answer. The name is not seen as a label to define her gender, but represents the memory of her parents, a memory that forges Lucy Salani’s personality.

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“BULL” DI PAUL ANDREW WILLIAMS

«Se sopravvivo, vi uccido tutti» . Bull (Neil Maskell), rivolto ai suoi nemici, che un tempo erano la sua famiglia, pronuncia queste parole che sembrano costituire il banale prologo per un classico revenge movie. Il regista britannico, però, stupisce il pubblico del TFF39 e presenta una straordinaria opera che ha la sua essenza non nell’insperato e disperato bisogno di vendetta, ma in una spietata ricerca di salvezza.

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“NUMBER ONE” DI GIANNI BUFFARDI

Grazie al perfetto restauro del Centro Sperimentale di Cinematografia, particolarmente attento a curare le tracce sonore (fondamentali per il senso del film), e alla presentazione nella sezione “Back to Life” del TFF39, il pubblico torinese ha potuto vedere, molto probabilmente per la prima volta, Number One di Gianni Buffardi (1973). L’opera, nonostante faccia della confusione il suo marchio distintivo e la sua ragion d’essere, è pervasa da una lucida follia e da una chiarezza d’intenti spesso sconosciuta ai “poliziotteschi” che in quel periodo inondavano i cinema italiani.

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“QUATTORDICI GIORNI” DI IVAN COTRONEO

Presentato fuori concorso al TFF39, Quattordici giorni è il quarto lungometraggio di Ivan Cotroneo, affermato autore televisivo e sceneggiatore italiano che firma l’adattamento di un suo omonimo romanzo del 2020, scritto a quattro mani con Monica Rametta, co-sceneggiatrice anche di questa trasposizione.

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“PICCOLO CORPO” BY LAURA SAMANI

Article by Elio Sacchi

Translated by Mirko Giumentaro

Laura Samani starts from the base elements with which she gets her hands dirty: water and blood, milk and tears. But above all, she draws on the rituals and popular beliefs of a fishing village in Friuli, an area far from the advent of “progress” and “modernity” (light bulbs seem like a joke), suspended in an almost ahistorical, mythical, and archaic time. Agatha’s stillborn daughter cannot be baptized and she is therefore destined to wander eternally in limbo, unless her mother sets off to reach the distant and cold Val Dolais, where there is a sanctuary of breath where the miracle takes place: the stillborn child is brought back to life for the duration of one breath, enough to make it able to be baptized and named.

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“LE BRUIT DES MOTEURS” DI PHILIPPE GRÉGOIRE

Infiniti titoli di testa, accompagnati da immagini di macchine da corsa che, sgommando, compiono infiniti giri su sé stesse, aprono il primo lungometraggio di Philippe Grégoire, presentato in concorso al TFF39. Il film, non rinunciando a un pungente umorismo, racconta uno squarcio della vita di Alexander Mastrogiuseppe (Robert Naylor), cresciuto a Napierville, sperduto e dimenticato paesino canadese, che si allontana dal suo luogo natale per lavorare alla dogana tra U.S.A. e Canada. Grégorie racconta lo stesso percorso che ha vissuto lui passando dalla vita nel suo paesino natio al lavoro come doganiere per potersi pagare gli studi di cinema. La migrazione verso un mondo altro è solo uno dei punti di contatto tra la vita del regista e quella del protagonista. Grégorie si concentra infatti proprio su quell’humus culturale cui lui stesso è legato grazie alla pista per gare automobilistiche che i suoi nonni costruirono a Napierville.

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“BERGMAN ISLAND” DI MIA HANSEN-LØVE

La regista francese Mia Hansen-Løve, con Bergman Island, costruisce un film che, riprendendo i temi a lei cari e mettendo in discussione il suo stile di sceneggiatura, si trasforma in una profonda (auto)riflessione sul processo creativo dell’artista. Per far ciò, mette in scena un vero e proprio alter ego, che ha le fattezze di Chris Sanders (Vicky Krieps), regista e sceneggiatrice. Chris, in compagnia del marito Tony (Tim Roth), anch’egli cineasta, si stabilisce per un’estate a scrivere il suo prossimo film sull’isola svedese di Fårö, celebre residenza di Ingmar Bergman.

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“LINGUI” DI MAHAMAT-SALEH HAROUN

In lignua ciadiana, la parola “Lingui” indica il precetto di convivenza armonica tra i membri di una comunità. Non è specificato da quanti membri tale comunità debba essere costituita, e l’armonia che regola la loro convivenza può essere spezzata da fattori di vario tipo. Nel caso di Amina (Achouackh Abakar), venditrice ambulante di cesti ricavati da reti metalliche, e di sua figlia Maria (Rihane Khalil Ario) si tratta della gravidanza indesiderata di quest’ultima, che potrebbe potenzialmente distruggere le loro esistenze. Da una parte il terrore di subire l’ostracismo della comunità islamica conservatrice di cui fanno parte, dall’altra la prospettiva ancora più spaventosa di far abortire la ragazza. Nonostante l’apparente impossibilità di portare a compimento una simile impresa, Maria è determinata a non tenere il bambino e Amina non potrà non starle accanto.

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“PICCOLO CORPO” DI LAURA SAMANI

Laura Samani parte da elementi bassi con cui si sporca le mani: l’acqua e il sangue, il latte e le lacrime. Ma soprattutto attinge dai riti e dalle credenze popolari di un villaggio di pescatori in Friuli, una zona lontana dall’avvento del “progresso” e della “modernità” (le lampadine sembrano uno scherzo) sospesa in un tempo quasi astorico, mitico e arcaico. La figlia di Agata, nata morta, non può ricevere battesimo e quindi è destinata a vagare in eterno nel limbo; salvo che la madre si metta in cammino per raggiungere una lontana e fredda val Dolais, dove si trova un santuario del respiro in cui il miracolo accade: il bambino nato morto viene riportato in vita per il tempo di un respiro così che possa essere battezzato e avere un nome.

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“RAMPART” DI MARKO GRBA SINGH

Il regista osserva l’appartamento vuoto in cui ha vissuto per venticique anni. E’ in vendita, è spoglio. I muri, nudi e lividi, evocano ricordi, suscitano sondaggi profondi nella memoria. Il film prende le mosse da una casa vuota che si riempie, nella penombra, del vissuto d’infanzia di chi l’ha abitata. Presentato in concorso Internazionale Doc al TFF39, il documentario di Marko Grba Singh raggiunge un grado d’intimità potente. Quasi un memoriale cinematografico, Rampart afferra e rielabora il passato percorrendo la storia personale del regista e, con essa, un estratto doloroso della storia del suo paese: la guerra che, come un temporale improvviso, colpì Belgrado il 24 marzo del 1999.

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“BANGLA – LA SERIE” BY PHAIM BUYAN AND EMANUELE SCARINGI

Article by Alessandro Pomati

Translated by Francesca Schiavello and Benedetta Di Fiore

It was 2019 when the Italian audience got to know the world that the debuting director Phaim Buyan brought to the big screen in Bangla, his first work: a gentrified, suburban, Roman world (the events of the film took place in “Torpigna”, short for Tor Pignattara), perfect for the zoomers generation; an ironic world, sometimes even cynical when it comes to the condition of second generation immigrants and their difficult process of integration; a world and an atmosphere perfectly recognizable by those born in the second half of the nineties onwards.

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“ALL LIGHT, EVERYWHERE” BY THEO ANTHONY

Article by Cristian Cerutti

Translated by Francesca Luna Lombardo

One eye turns to the camera. The camera enters to examine the optic nerve from which the connections to the brain branch off, while the cold, unaffected voice-over explains how it is responsible for reconstructing the data received. However, the reconstruction is never impartial. It’s always influenced by the cultural structures in which we are immersed. The opening sequence of All Light, Everywhere immediately reveals the intention behind the visual essay directed by Theo Anthony: to overturn the dialectic between observer and observed. At the same time it demonstrates how, historically, it has been concealed by observers to hide the connection between dialectics and the management of power.

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“RE GRANCHIO” DI ALESSIO RIGO DE RIGHI E MATTEO ZOPPIS

Per gli umani non c’è nessuna cosa reale se non è raccontata.

Alessandro Baricco

Attorno al fuoco, gli anziani del villaggio si riuniscono per raccontare antiche storie di paese che hanno influenzato la cultura popolare e che sono ormai avvolte dal manto della leggenda. Rievocano e donano linfa vitale a personaggi mitici, uomini che hanno sfidato principi e reami in nome della giustizia, della libertà e dell’amore, e che si sono distinti per le loro virtù o per aver commesso dei “fattacci”.

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“LA TRAVERSÉE” DI FLORENCE MIAILHE

Evanescente e al contempo materico, l’universo espressivo a cui l’animatrice Florence Miailhe dà forma con La traversée riesce a coniugare atmosfera fiabesca e crudo realismo, restituendo con estrema evidenza la forza di una storia universale, archetipica, quella di chi è costretto ad abbandonare la propria terra e, esule, si barcamena per arrivare altrove.

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“RAGING FIRE” DI BENNY CHAN

L’incorruttibile agente Cheung Sung-bong (Donnie Yen) e il suo ex collega Yau Kong-ngo (Nicholas Tse) rappresentano due facce di una stessa medaglia: ritrovarsi l’uno contro l’altro è un po’ come guardare il proprio riflesso in un vetro opaco senza riconoscersi. I loro destini, indissolubilmente intrecciati, si sarebbero potuti capovolgere, se tanto tempo prima avessero compiuto scelte diverse. Ma ora che il passato ha bussato alla porta, è finalmente giunto il momento di pareggiare i conti.

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“CALYPSO” DI MARIANGELA CICCARELLO

Il film di Mariangela Ciccarello, presentato nella sezione Italiana.doc, si presenta come un documentario che segue la quotidianità di due attrici, Angela e Paola, incentrata sulle loro prove teatrali di dialoghi che coinvolgono i personaggi mitici di Ulisse, Circe e Calipso. La dimensione della realtà, però, straborda continuamente e progressivamente all’interno di una dimensione onirica, che avvolge i corpi delle protagoniste, sfumandone i contorni, così come le loro parole, soprattutto durante i momenti di recitazione, nei quali l’italiano dei dialoghi si mescola con il dialetto napoletano delle loro riflessioni sui personaggi del mito. 

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“LA CHICA NUEVA” DI MICAELA GONZALO

Il primo lungometraggio di Micaela Gonzalo arriva in Concorso al TFF39 affrontando il delicato percorso di maturazione e presa di coscienza di Jimena (Mora Arenillas), una giovane argentina. Il suo cammino è segnato dal dualismo: solitudine-compagnia, individuale-universale e famiglia-lavoro sono i nodi che la protagonista deve sciogliere per poter trovare il suo posto nel mondo. 

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